EMERGENZA SANITARIA

EMERGENZA SANITARIA
Coronavirus COVID-19, diffusione in Italia La mappa interattiva mostra la diffusione in tempo reale del virus Covid-19 in Italia. Se hai dubbi su come comportarti, puoi utilizzare la chat informativa realizzata sulla base delle linee guida del Ministero della Salute. CLICCA SULL’IMMAGINE

venerdì 29 gennaio 2016

Le unioni civili: un diritto, per andare oltre



Ultimo tra gli ultimi, il governo italiano ha deciso di mettere all'ordine del giorno una legge sulle unioni civili. Il Governo Renzi, con lo stesso piglio decisionista con cui ha portato avanti la sua azione su tutte le questioni, ha buttato al voto una legge, anzi un decreto, che contiene il minimo sindacale in materia.
Il testo del decreto Cirinnà, sotto le spoglie dell'azione innovatrice e democratica, sancisce famiglie di serie B e C, matrimoni per finta e unioni di fatto che garantiscono al massimo di poter assistere i propri famigliari e accudire i propri figli. Soprattutto sancisce che l'unico modo in cui si può vivere in comune è quello normato dall'ideologia borghese, ossia la relazione di coppia.

Nemmeno questi minimi diritti civili, sociali sono garantiti sino in fondo, in quanto la battaglia dei reazionari, dei bigotti, sta minando più parti di questa legge, anzi mirerebbe a non farla passare affatto.
L'affondo della Chiesa cattolica portato attraverso le parole di Bagnasco, la decisione di far ripartire un movimento familista, seguono l'onda nera e bigotta di tutta una stagione di campagne irrazionali contro il “gender”, contro gli omosessuali, contro la libertà di decidere di sé e della propria vita affettiva e sessuale, che ha avuto tra i suoi scherani migliori i fascisti e le sentinelle in piedi; queste ultime rappresentano la parte peggiore di una società, coloro che stanno nel mondo senza riflettere (tanto da leggere libri al contrario), senza ascoltare le parole di chi non si adegua alla norma, che fanno esattamente quello che fa uno scherano, servono il padrone anche a costo della violenza. Una violenza che non ha bisogno di essere fisica per mettere in discussione la vita di tanta gente.

Noi vogliamo una società dove menti libere stiano in corpi liberi. Crediamo che limitare le forme di affettività e comunanza ad un modello preconfezionato serva solo a garantire lo status quo e il controllo sociale. Crediamo che sia indispensabile togliere humus alle visioni antiscientifiche e oscurantiste che assegnano posti preordinati alle donne e agli uomini in questa società, posti che per coloro che non godono di privilegi di classe diventano gabbie senza porte. Rivendichiamo il diritto alla libera costruzione di sé, il diritto a immaginarsi, a sognarsi, a farsi e disfarsi, a unirsi e a perdersi senza essere imbrigliati e condannati a un destino e a un ruolo già scritto dalla morale borghese.

Le nostre rivendicazioni:

1) lavorare meno lavorare tutti! la famiglia dev'essere una libera unione di due o più soggetti che si aggregano per affinità affettive o di intenti e non la soluzione estrema alla crisi del capitale (chi oggi giorno può permettersi il lusso di stare da solo?). La libertà dei membri della famiglia deve essere tanto nell'unione quanto nella disunione e scioglimento del vincolo familiare. Ciò è possibile solo se le persone sono economicamente autonome e indipendenti, pertanto la rivendicazione che il lavoro esistente venga redistribuito fra tutti e tutte a parità di salario è il primo passo per permettere che appunto la famiglia si realizzi come libera unione. Questa rivendicazione da una parte è rivolta alla necessaria trasformazione economico sociale della società, dall'altra vuole riconoscere la legittimità del poliamore.

2) Dal Decreto Cirinnà vengono escluse tutte quelle identità di genere e sessuali più fluide e sfuggenti alle rigide categorie dicotomiche "uomo" e "donna" e che però hanno tutto il diritto ad esistere e ad essere riconosciute: transgender, queer, intersex.

3) Matrimonio civile per tutti e tutte e dunque anche per le coppie omosessuali.

4) Divorzio gratuito per tutti e tutte, dove è sufficiente per sciogliere il vincolo matrimoniale il consenso di uno solo dei partner.

5) Possibilità di adozione per tutte e tutti: dai singoli individui alle famiglie omosessuali.

6) Libero aborto in libero stato e divieto di quella bestemmia misogina e clericale chiamata "obiezione di coscienza".

7) Contraccezione a prezzi popolari: l'unico modo per combattere la diffusione di malattie come l'Aids non è la castità o la repressione della sessualità ma la prevenzione e l'educazione al rispetto dell'altro/altra.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione Oppressioni

giovedì 28 gennaio 2016

POLITICA DEL FRONTE UNICO



La prospettiva del governo dei lavoratori implica una politica di massa. Non l'auto recinzione settaria dei rivoluzionari, ma la lotta per conquistare le masse, e innanzitutto l’avanguardia, alla prospettiva della rivoluzione.
La politica leninista del “fronte unico” è parte di questa politica di massa. Essa ha una base oggettiva: la necessità di unire i lavoratori e attorno ad essi tutti gli sfruttati, in contrapposizione alle classi dominanti. Questa esigenza è tanto più stringente in un quadro di grande crisi, di offensiva contro il lavoro, di unità di tutti i partiti padronali in questa offensiva, di nuove pericolose tendenze reazionarie.
Sulla base di questa esigenza avanziamo una proposta incalzante di fronte unico di lotta all'insieme della sinistra. A differenza che in altri paesi europei, in Italia l’attuale assenza di una rappresentanza politica maggioritaria del movimento operaio e la riduzione della sinistra politica ad un arco di forze molto modesto, non consente di tradurre la proposta di fronte unico in una esplicita formula politica direttamente leggibile a livello di massa. Per questo la proposta di fronte unico mantiene ad oggi un carattere generale e indeterminato: come proposta rivolta a “tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento” perché uniscano le forze in una azione di difesa dei lavoratori; rompano ogni collaborazione col padronato e i suoi partiti; sviluppino un piano di mobilitazione di massa unitaria e radicale, proporzionale all'attacco delle forze dominanti; in ultima analisi si battano per una alternativa politica anticapitalista.
Questa politica leninista ha un risvolto tattico importante: entrare nelle contraddizioni tra i gruppi dirigenti del movimento operaio e i settori più avanzati e combattivi della loro base di massa; sviluppare la loro attenzione verso la proposta dei rivoluzionari; estendere la conoscenza e influenza della proposta dei rivoluzionari all'interno del movimento operaio, per costruire una sua direzione alternativa, che è il fattore decisivo per lo sviluppo e il successo della prospettiva di rivoluzione.
Al tempo stesso la politica di fronte unico non si limita ad un'azione di propaganda, per quanto fondamentale, ma dentro questo orizzonte generale, si traduce in azione politica:

a)nella partecipazione, col proprio programma, ad ogni movimento o scadenza di lotta che abbia carattere progressivo, al di là dei limiti politici della sua piattaforma e della natura delle forze promotrici.
b) nella critica costante alla frammentazione delle scadenze di lotta e mobilitazione, dovuta a logiche di concorrenza, veti reciproci, primogeniture, tanto frequente nella prassi di forze riformiste e centriste, politiche e sindacali.

c) in accordi di unità d'azione con altre sinistre su obiettivi parziali comuni, al di là delle contraddizioni dei nostri temporanei alleati.

L'essenziale è non confondere mai una espressione, anche organizzata, di unità d'azione su specifici obiettivi con un soggetto politico comune, o concepirla come un accordo di cartello, escludente a priori altri soggetti e componenti del movimento operaio.
Per noi ogni espressione di fronte unico va concepita come tassello particolare della proposta generale di fronte unico anticapitalistico.  
Per i rivoluzionari la bussola di riferimento è sempre l'interesse generale del movimento operaio, nella prospettiva della rivoluzione.

La proposta di fronte unico anticapitalistico, e la politica di fronte unico, si accompagna ad una nostra proposta di svolta del movimento operaio, in direzione della piena autonomia di classe e sul terreno della azione di classe.
La proposta di fronte unico di classe è inseparabile dalla contrapposizione alla borghesia, ai suoi governi, ai suoi partiti.

MERCOLEDÌ 3 FEBBRAIO DALLE ORE 9,30 ALLE ORE 12,30
PAVIA- Via LUCIANO MANARA
in caso di pioggia  via Indipendenza (davanti alla A.S.L)
INCONTRO CON IL
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Verrà distribuito materiale informativo e
UNITÀ DI CLASSE” il Giornale Comunista dei Lavoratori


Partito Comunista dei lavoratori
  Pavia sez. “ Tiziano Bagarolo “

mercoledì 27 gennaio 2016

Ilva in lotta. PCL presente!



Stamane all’assemblea dell’Ilva convocata dai sindacati Fiom e Failms i lavoratori hanno votato per alzata di mano la decisione di occupare ad oltranza la fabbrica di Cornigliano. Gli impianti sono tutti spenti, solo presidiati da quei lavoratori che hanno il compito di garantirne la sicurezza. Dopo la votazione, un corteo di operai è sceso in strada a dimostrare la giusta rabbia nei confronti della svendita della loro fabbrica. Sono anni che ILVA registra problematiche economico-produttive, che segnano l’attuale situazione di criticità occupazionale e ambientale: il disconoscimento dell’Accordo di Programma del 2005 sul futuro delle aree di Cornigliano, firmato a Roma da sindacati, azienda e ben sette ministeri, che prevedeva la garanzia del 70% dello stipendio in cambio di contratti di solidarietà (che negli anni sono stati sostituiti dai progetti di lavoro “socialmente utili”, in alcune municipalizzate comunali); l’ulteriore riduzione di un altro 10% di salario per effetto del Jobs Act della cricca renziana; lo scaricabarile tra Regione governata dal centrodestra, che asserisce di aver trovato i fondi per integrare il reddito dei lavoratori per almeno due anni, grazie a due emendamenti già concordati con il governo da una parte e il PD genovese e il governo dall’altra, che negano l’esistenza stessa di questi emendamenti, offrendo ai lavoratori una mancetta sotto forma di quota integrativa al reddito, utile solo a tenerli buoni per il tempo necessario a procedere alla vendita dell’intero gruppo ai privati entro giugno 2016. La vendita dell’Ilva ai privati sarebbe, nella realtà dei fatti, una svendita al massimo ribasso, senza alcun obbligo per gli acquirenti, chiunque essi siano, di mantenere gli attuali posti di lavoro, né di realizzare gli interventi economici necessari a bonificare le aree inquinate di Genova e Taranto e modernizzare gli impianti. Nessuna garanzia di lavoro e salute per gli operai insomma, che sono ridotti a mera merce di scambio, mentre i quasi 2 miliardi di euro dei Riva stanno ben conservati sui conti bancari elvetici, protetti dal rifiuto della Svizzera di sbloccarli. Il lavoro non si svende e la dignità ancor meno. In tutti questi anni il Partito Comunista dei Lavoratori, è stato in prima linea nelle lotte all’Ilva, sempre schierato totalmente dalla parte dei lavoratori e solidale con le loro forme di lotta, anche le più radicali, (come l’occupazione del Comune di Genova il 11 gennaio scorso e l’attuale occupazione della fabbrica e il blocco del traffico a Cornigliano). Oggi il PCL sostiene attivamente la decisione degli operai dell’Ilva di Genova di occupare gli stabilimenti, i nostri compagni e Marco Ferrando sono, infatti, in prima linea davanti ai cancelli e sulla strada perché questa lotta è la sola risposta al cinico baratto in corso. Solo una vera nazionalizzazione dell’Ilva, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto il controllo dei lavoratori, potrà salvaguardare al contempo lavoro e salute degli operai e operare la tutela incondizionata per l’ambiente e i quartieri cittadini prossimi alle aree Ilva, a Genova come a Taranto. Per questo invitiamo tutti a costruire un fronte unico nella lotta, sia tra i lavoratori stessi del gruppo, di Taranto e di Genova, sia con i lavoratori delle tante aziende locali, in questo momento sotto attacco, da quelli dell’industria e del commercio, fino a quelli delle municipalizzate e dei settori scuola e sanità. “Socialismo o barbarie”. Il resto non conta. 

 Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna "Domenico Maltoni

lunedì 25 gennaio 2016

A MILANO PRESIDIO ANTIFASCISTA



Domenica 24 gennaio 2016, presso la Loggia dei Mercanti di Milano , presidio antifascista per denunciare un concomitante raduno neonazista europeo a Milano in aperto contrasto con i principi della Costituzione repubblicana antifascista, che costituisce una inaccettabile offesa a Milano, Città Medaglia d’Oro della Resistenza. Sono intervenuti Roberto Cenati (ANPI, Associazione Nazionale Partigiani Italiani di Milano).

Lotta Comunista cosa c'entra con il leninismo?



Lotta Comunista celebra i suoi cinquanta anni. Legittimo. Ciò che invece è abusiva è la sua pretesa di rappresentare un partito leninista.
Nessuna delle caratteristiche proprie di un partito leninista trova riflesso in Lotta Comunista. Al contrario.

Un partito leninista è tenuto a battersi coerentemente contro la collaborazione tra le classi e dunque contro la burocrazia sindacale che di quella collaborazione quotidianamente vive.
All'opposto, Lotta Comunista mentre da un lato rivendica la lotta di classe, dall'altro si schiera nei congressi della CGIL al fianco della sua burocrazia dirigente contro l'opposizione interna di sinistra (“Opposizione CGIL - Il sindacato è un'altra cosa”). Il voto a favore della mozione Camusso può forse servire a ottenere funzionari e ruoli nell'apparato sindacale. Di certo non serve a difendere i lavoratori e la maturazione di una direzione sindacale alternativa.
Cosa c'entra tutto questo col leninismo?

Un partito leninista è tenuto a collegare le battaglie immediate a difesa dei lavoratori con la prospettiva rivoluzionaria di un'alternativa di potere, individuando rivendicazioni transitorie tra gli obiettivi minimi e il programma massimo (ad esempio la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano; ad esempio la rivendicazione dell'abolizione del debito pubblico verso le banche e della loro nazionalizzazione...).
All'opposto, Lotta Comunista combina la “lotta per il salario” (salvo appoggiare Camusso) con la propaganda astratta del socialismo. In mezzo il nulla. Era la posizione del centrismo massimalista contro cui nacque il Partito Comunista d'Italia nel '21.
Cosa c'entra questa impostazione col leninismo?

Un partito leninista si batte per conquistare ad un programma rivoluzionario le grandi masse, senza le quali una rivoluzione è impossibile. Per questo utilizza anche le tribune elettorali della democrazia borghese, come erano vincolati a fare senza eccezioni tutti i partiti comunisti della Terza Internazionale di Lenin e Trotsky. Lo stesso Bordiga fu costretto da Lenin a rinunciare alla propria pregiudiziale astensionista.
All'opposto, Lotta Comunista fa dell'"astensionismo strategico" il proprio marchio.
Come si concilia questo col richiamo leninista?

Un partito leninista realizza rapporti di unità d'azione su obiettivi comuni con altre forze del movimento operaio contro il comune avversario (il capitale, i governi, i partiti borghesi ecc.). Lenin la chiamava la politica del fronte unico, che serviva oltretutto ad avvicinare al partito i settori più combattivi della base operaia e popolare dei partiti riformisti.
Lotta Comunista in cinquant'anni non ha mai realizzato un solo momento di unità d'azione con nessun'altra forza politica della sinistra. Neppure sui terreni più elementari (la lotta antifascista, la lotta contro la repressione...).
Cosa ha in comune questa logica di setta con il leninismo?

Un partito leninista si proietta in una dimensione internazionale. Perché il socialismo è un programma mondiale e richiede un partito mondiale. Tutta la tradizione di Marx e di Lenin si è sviluppata sin dall'inizio su queste basi, attraverso la costruzione delle Internazionali.
All'opposto, Lotta Comunista vive politicamente da cinquant'anni in una dimensione nazionale, né si occupa di costruire un partito internazionale, fosse pure sulle proprie basi. Anche se il suo giornale è popolato da analisi sul mondo.
Nulla è più lontano di questo dal leninismo.

Un partito leninista si basa sul centralismo democratico: massima unità dell'azione esterna, massima libertà di discussione interna. Ciò che significa confronto libero delle opinioni, diritto delle minoranze a dar battaglia sulle proprie posizioni, congressi regolari e democratici, libera elezione degli organismi dirigenti ad ogni livello. Così vivevano i partiti comunisti prima della svolta staliniana (e togliattiana). Così era vissuto il partito bolscevico nei suoi anni rivoluzionari.
All'opposto, Lotta Comunista in cinquant'anni non ha mai celebrato un solo congresso democratico, non ha mai eletto un solo dirigente.
Cosa ha a che fare col leninismo questa prassi e logica burocratica?

In conclusione. In Lotta Comunista si raccolgono sicuramente compagni comunisti, lavoratori d'avanguardia, sinceri rivoluzionari che cercano la via di un'alternativa di società. Ma il partito in cui sono imprigionati è una gabbia dei loro desideri. La vocazione reale del gruppo dirigente di Lotta Comunista, al di là della sua letteratura propagandista, non è la rivoluzione, ma la conservazione e riproduzione della propria chiesa, dei suoi riti, del suo piccolo apparato, all'interno di questa società.
La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori si nutre di un'altra cultura e riferimento: quella del leninismo, per l'appunto.


Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 24 gennaio 2016

“ TU LAVORA” “VOI LAVORATE”



Oggi, per il governo Renzi, la disoccupazione, la crisi, i salari sempre più bassi, la scomparsa del welfare sono secondari  rispetto al  problema vero dei pubblici dipendenti.
Sono loro, infatti, secondo il premier, il nord e il sud di ogni male che affligge il belpaese. E’ colpa loro se le cose non funzionano, mica dei padroni e dei loro rappresentanti in parlamento. Licenziamento immediato per chi fa la spesa durante l’orario di servizio! Pubblica gogna per chi timbra il cartellino e poi si assenta. Strano che qualche liberista non abbia ancora proposto il plotone d’esecuzione.
Si tratta di comportamenti censurabili, certo, ma che statisticamente interessano davvero poche unità, a fronte di centinaia di migliaia di lavoratori che mandano avanti la cosa pubblica e che non vedono rinnovato il loro contratto da anni. Lavoratori e lavoratrici che grazie al blocco del turnover hanno un’età media che nel 2019 raggiungerà i 53 anni, con un numero di ultrasessantenni (372.932) superiore di 3 volte a quello degli under 35 (101.693), e che ancora una volta vengono utilizzati dai “rottamatori” come arma di distrazione di massa. Dipendenti pubblici contro lavoratori del privato. Giovani contro vecchi. Stabili contro precari. Italiani contro immigrati. Divide et impera. Certe volte però, per non cadere in questi giochetti, basterebbe fermarsi a riflettere sul semplice fatto che chi ci impartisce lezioni di etica il verbo “lavorare” non sa nemmeno come si coniuga. O al massimo lo usa per la seconda persona, singolare o plurale poco importa: tu lavori, voi lavorate…noi sfruttiamo.

MERCOLEDÌ 27 GENNAIO DALLE ORE 9,30 ALLE ORE 12,30
PAVIA- PIAZZALE EMANUELE FILIBERTO
in caso di pioggia  via Indipendenza (davanti alla A.S.L)
INCONTRO CON IL
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Verrà distribuito materiale informativo e
UNITÀ DI CLASSE” il Giornale Comunista dei Lavoratori


Partito Comunista dei lavoratori

  Pavia sez. “ Tiziano Bagarolo “

venerdì 22 gennaio 2016

Quale futuro per i comunisti?

Lettera aperta ai compagni e alle compagne del PRC
22 Gennaio 2016

Torniamo a scrivere ai compagni e alle compagne del PRC: quale bilancio si può trarre dalla vicenda dei negoziati per "Sinistra Italiana"? Quale destino attende Rifondazione?
Siamo convinti che l'unica prospettiva seria per chi si definisca "comunista" è quella della convergenza su un medesimo programma, quello del marxismo rivoluzionario, quello del Partito Comunista d'Italia di cui si è appena festeggiato il compleanno. Per la costruzione di un partito rivoluzionario coerente con tale programma, con la prospettiva internazionale dell'abbattimento del capitalismo, del governo dei lavoratori.

Cari compagni e compagne del PRC,
il tavolo negoziale tra Sinistra Italiana e il vostro partito per la costituente del “nuovo soggetto unitario” della sinistra è al momento saltato. Su cosa è avvenuta la “rottura”, e quali sono le prospettive dei comunisti?
La battuta d'arresto non è avvenuta su un terreno politico, programmatico, o di principio. È avvenuta perché Sinistra Italiana pretende che il “nuovo soggetto politico unitario” della sinistra preveda lo scioglimento organizzativo del PRC. Paolo Ferrero ha dunque difeso l'”autonomia dei comunisti” dai riformisti? Niente affatto, tanto è vero che continua a rivendicare un soggetto politico unitario comune con Vendola e Fassina, nonostante il loro pubblico inseguimento di una prospettiva di centrosinistra. Ferrero ha chiesto semplicemente che lo scioglimento politico del PRC nel nuovo soggetto possa disporre della foglia di fico di una formale continuità del tesseramento organizzativo al partito. Sinistra Italiana non ha concesso la foglia di fico. Su questo il tavolo è saltato.


SCIOGLIMENTO POLITICO E TESSERAMENTO ORGANIZZATIVO?

Che così stiano le cose, lo rivela lo stesso Paolo Ferrero in una intervista rilasciata a Il Manifesto (15 Dicembre). Un'intervista davvero rivelatrice della logica politica dell'accaduto. La liquidazione politica del PRC tra le braccia del “nuovo soggetto” è pienamente riproposta dal suo Segretario. Infatti, dichiara Ferrero: “Il (nuovo) soggetto avrebbe piena titolarità sulla costruzione del programma e dell'iniziativa politica. E monopolio della rappresentanza. Il PRC non si presenterà più al voto” (testuale). Ma un partito che perde la titolarità del “programma”, dell'”iniziativa politica”, della “rappresentanza”, è un partito che politicamente si scioglie. È un partito che annulla la propria presenza e funzione politica riconoscibile come soggetto distinto agli occhi dei lavoratori, a vantaggio di un' “altra forza politica” nella quale confluisce. A cosa si riduce infatti, nella logica proposta, la funzione residuale del PRC? Sempre Ferrero risponde: “Penso all'analisi del capitale e della composizione sociale, all'individuazione delle contraddizioni, alla formazione e controinformazione, al conflitto sociale.., alla formazione di militanti in grado di connettere conflitti e linguaggi..”. Ma l'analisi del capitale e la formazione hanno certo un ruolo importante in un partito comunista in funzione della sua battaglia politica, del suo programma generale, della rappresentanza pubblica riconoscibile delle sue posizioni. Se invece “iniziativa politica”, “costruzione del programma”, “rappresentanza”, vengono dismessi, l'”analisi del capitale” e la “formazione” si riducono a funzioni sussidiarie da centro studi o da fondazione culturale. Ecco: il Segretario del PRC rivendica per il proprio partito una funzione pratica da “ associazione culturale” all'interno di una nuova forza politica cui vengono delegati iniziativa, programma, rappresentanza. Una forza popolata da soggetti (SEL ed ex PD) che non fanno mistero di aver come propria prospettiva politica, programmatica, di rappresentanza, l'accesso al governo del capitalismo.
Cosa significa allora chiedere, in questo quadro, di mantenere le tessere di partito del PRC? Significa chiedere di poter mantenere una finzione. Una finzione utile forse per dare un senso di appartenenza a compagni/e disorientati/e e giustamente diffidenti verso l'abbraccio con SEL ed ex PD. Utile soprattutto per continuare a mantenere formalmente la “titolarità” di Segretario del “partito”. Ma in realtà una finzione di copertura organizzativa della liquidazione politica del PRC. Il fatto che SEL ed ex PD, al momento, non vogliano lasciare a Ferrero neppure la foglia di fico di questa copertura organizzativa non cambia di una virgola la natura politica dichiarata dell'operazione. Tanto più che la Segreteria nazionale del PRC la ripropone tale e quale come se nulla fosse accaduto. Magari appoggiandosi al gioco contrattuale di Civati per allargare il proprio spazio di manovra.


QUALE DESTINO PER IL PRC

E ora? Ora che al tavolo negoziale del “nuovo soggetto unitario” si è determinata una rottura, quale è e sarà il destino del PRC? Difficile dire.
Può essere che, superato lo scoglio delle elezioni amministrative, la confluenza del PRC nel nuovo soggetto si compia. O perché SEL ed ex PD accettano la soluzione proposta da Ferrero pur di incassare l'offerta dello scioglimento politico del PRC, o perché Ferrero accetta di rinunciare al doppio tesseramento e dunque al proprio ruolo di segretario del PRC.
Ma è anche possibile che Ferrero non voglia rinunciare a quel ruolo, e dunque a un tesseramento formale che gli permetta di esercitarlo, e che SEL ed ex PD vogliano a quel punto gestire in proprio l'operazione “unitaria” tagliando fuori il PRC.
Ma se il destino di un “partito comunista” si riduce a variabile dipendente di queste logiche imprevedibili, vuol dire che le sue ragioni fondanti sono già state liquidate. Questo è il punto decisivo.
L'assunzione della prospettiva del “nuovo soggetto politico” con Vendola e Fassina, indipendentemente dai suoi esiti, è già rivelatrice di per sé della rinuncia a una ragione politica indipendente. Questa rinuncia a sua volta è il portato di un lungo processo. Un processo segnato prima dalla compromissione nel governo Prodi, col voto alla detassazione dei profitti, alla precarizzazione del lavoro, alle missioni di guerra. Poi dalla progressiva cancellazione della centralità di classe a favore di liste civiche progressiste, alla coda di Di Pietro, di Ingroia, di Spinelli. Infine dalla identificazione nella politica di Tsipras, persino nel tragico momento della sua capitolazione alla Troika e alle sue ricette lacrime e sangue contro i lavoratori e la popolazione povera di Grecia. Queste scelte, una dopo l'altra, hanno non solo disperso progressivamente quel patrimonio grande di energie e aspettative che Rifondazione Comunista aveva raccolto in anni lontani, ma hanno rivelato che non esiste più alcuna ragione politica indipendente per preservare il PRC quale soggetto distinto. Se il riferimento è Tsipras, dunque il governo del capitalismo, quale confine insuperabile separa il PRC da SEL, dagli ex PD, da Civati, dagli eterni campioni di un riformismo senza riforme che infatti salutano in Syriza la propria terra promessa?
Una eventuale esclusione del PRC dal nuovo soggetto non per questo gli darebbe una ragione politica e programmatica autonoma. E dunque una ragione di autonoma esistenza, politica ed organizzativa.


COSTRUIRE INSIEME UN VERO PARTITO COMUNISTA

Per questo ci rivolgiamo a voi nuovamente, sulla base di un programma classista e comunista. L'unico che nell'epoca storica della crisi congiunta del capitalismo e del riformismo può fondare le ragioni di un partito comunista, dargli radici e futuro.
Ci ritroviamo insieme in tante lotte, movimenti, esperienze. Non ci siamo mai sottratti ad un confronto unitario. Non abbiamo mai frapposto all'esigenza del fronte unico di lotta contro i padroni, i loro partiti, i loro governi, alcuna pregiudiziale ideologica e di sigla. Ed anzi più volte proprio noi abbiamo contrastato, sul terreno della lotta, riflessi settari, logiche di esclusione, piccole ambizioni di primogenitura, che tanto hanno danneggiato il rilancio dell'unità di classe, sul piano sindacale come sul piano politico. Così, ad esempio, siamo stati noi in tempi recenti a proporre all'intera sinistra italiana una manifestazione politica unitaria contro il governo Renzi e il suo progetto bonapartista reazionario, contrastando mimetismi e logiche di divisione. È una cultura unitaria che ci viene dal fatto di non avere altro interesse da difendere che l'interesse generale dei lavoratori, l'avanzamento del movimento reale della classe, una prospettiva di rivoluzione.
Ma per la stessa ragione sappiamo che non è sufficiente una pura logica di movimento, o di inseguimento di scadenze immediate, tanto più a fronte della disgregazione in atto del corpo sociale della classe, del peso delle sconfitte subite, dell'arretramento profondo della coscienza politica. È necessario ricostruire, in ogni lotta, tanto più oggi, senso e ragioni di un progetto generale, nazionale e internazionale. Questa è la ragione di un Partito Comunista. Questo è il senso del Partito Comunista dei Lavoratori e della sua costruzione.
Siamo, è vero, un piccolo partito , per quanto il più esteso a sinistra del PRC. Ma ci permettiamo di osservare che oggi è piccolo anche il PRC, dopo la dispersione politica di tante energie e motivazioni. Il problema tra noi non è misurare “i rapporti di forza” tra i rispettivi partiti, ma costruire insieme il partito comunista sulle uniche basi su cui è possibile farlo: quelle di un programma marxista rivoluzionario. Quelle di un partito che non abbia l'ambizione di governare il capitalismo ma di rovesciarlo. Quelle di un partito che non riproponga le vecchie illusioni riformiste ma le combatta. Quelle di un partito realmente autonomo e alternativo all'attuale ordine esistente, capace di introdurre in ogni lotta la prospettiva del governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa.
Su questo programma pensiamo occorra unire i comunisti, ovunque collocati, nel medesimo partito. Su questa prospettiva vi chiediamo ovunque un confronto aperto e libero, senza steccati.


Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 21 gennaio 2016

LIVORNO 21 GENNAIO 1921



Il Partito Comunista dei Lavoratori sezione di Pavia, questa mattina, ha celebrato  il 95° della nascita del Partito Comunista d’Italia.

Commemorare le proprie origini  non è solo un atto dovuto, un omaggio tributato ai “padri fondatori”, ma significa non smarrire le ragioni di fondo del proprio essere, lo scopo finale per il quale si è comunisti e non genericamente “sinistra”. La differenza dei comunisti dalla “sinistra”, anche da quella che si definisce radicale, è nel fatto che i comunisti hanno consapevolezza del fine, il superamento del capitalismo nel socialismo. 
Nell'organizzare o partecipare alle lotte noi guardiamo alla prospettiva. 
Altrimenti non avrebbe alcun senso definirsi comunisti, si potrebbe benissimo marciare sotto le bandiere di un partito riformista, nel mercato della politica e delle schermaglie politiciste in cui si annega ogni riferimento alle classi sociali e si parla solo di alchimie di schieramenti e di “poli”.  

Commemorare la nascita del partito non è operazione nostalgica, rituale, archeologica, ma è una bussola che indirizza il nostro agire presente.

Partio Comunista dei Lavoratori

Pavia sez. “Tiziano Bagarolo”

martedì 19 gennaio 2016

LIVORNO 21 GENNAIO 1921: NASCE IL PARTITO COMUNISTA d’ITALIA



Il Partito Comunista dei Lavoratori celebra la ricorrenza della fondazione del Partito Comunista d'Italia – Livorno 1921 rimarcando i contenuti di quell'evento così importante per lo sviluppo del marxismo rivoluzionario nel nostro paese,
ponendosi allo stesso tempo su un terreno di chiarezza politica.

«Il proletariato era troppo forte nel 1919-20 per assoggettarsi più oltre passivamente all'oppressione capitalistica. Ma le sue forze organizzate erano incerte, titubanti, deboli interiormente, perché il Partito socialista non era che un amalgama di almeno tre partiti»
(«l'Unità», 26 settembre 1926).

Non è un discorso di ieri. E' un discorso che riguarda direttamente la classe operaia italiana di oggi, una parte della quale continua a identificarsi politicamente e organizzativamente in partiti in cui il progetto è appunto un confuso amalgama di posizioni ideologiche e politiche che nulla hanno a che vedere col marxismo rivoluzionario e col leninismo.

Il Gramsci di ieri è più attuale che mai “O di là o di qua; o con la socialdemocrazia o col comunismo”.

Il PCL pavese sez. “Tiziano Bagarolo” vuole celebrare 95° anno della nascita del Partito Comunista Italiano il 21 onorando Ferruccio Ghinaglia, rivoluzionario/antifascista che nell’articolo “O Lenin o Turati” del 12/10/1920 su “Vendetta Rossa” dichiara che si deve rompere con i riformisti, ma anche con chi in nome di una falsa unità vuol tenerli nel PSI. E riferendosi alle indicazioni della Terza Internazionale, fondata nel marzo del 1919, scrive: “ Noi siamo con Lenin, per la rivoluzione. Sentiamo di non poter aderire sinceramente al partito socialista, fino a che nelle sue file trovano posto dei controrivoluzionari”
Il 31 ottobre 1920 la mozione Ghinaglia di adesione alla Terza Internazionale ottiene 1276 voti contro 177 al congresso della F.G.S.I. pavese.

Morto Ghinaglia, il gruppo comunista pavese perse in parte slancio, ma proseguì la sua attività fino agli arresti di massa del 1927.

L’esempio di questi propugnatori della lotta internazionalista in Italia deve essere ripreso per una ferma e decisa opposizione alle nuove guerre dell’imperialismo, per una vera opposizione contro tutte le politiche antipopolari e autoritarie.

Partito Comunista dei Lavoratori
Pavia sez.”Tiziano Bagarolo”

venerdì 15 gennaio 2016

UN’OPPOSIZIONE DI CLASSE CONTRO GUERRA E IMPERIALISMO



Lo scorso autunno è stato gelido. Governo e padronato hanno gestito l’applicazione del JobAct e della controriforma della scuola, il logoramento dei contratti, lo smantellamento del Servizio Sanitario e nuovi regali fiscali a rendite e capitali. Nel frattempo Renzi ha preso il controllo anche dello Stato profondo (CDP, partecipate e controllate), cercando la svolta bonapartista e autoritaria con il Plebiscito sulla Riforma costituzionale.
Tutto questo, senza opposizioni di massa. FIOM e CGIL, dopo la capitolazione sul Job Act, sono sbandate nella vana ricerca di CISL-UIL: i cortei di novembre (FIOM e pubblici) hanno conseguentemente registrato una scarsissima partecipazione. Anche il sindacalismo di base è stato incapace di costruire un appuntamento comune. Il movimento della scuola, nonostante qualche cenno (assemblee LIP, sciopero 13 novembre), sopravvive solo carsicamente nel contrasto della legge scuola per scuola. Ed il mondo antagonista dello sciopero sociale è evaporato, travolto dalle fratture del primo maggio milanese.

Nel contempo la Grande Crisi prosegue. Lo dinamica ineguale e combinata del capitalismo, insieme all’immane intervento monetario delle banche centrali, ha mantenuto un’instabile equilibrio nell’economia mondiale. Oggi però il rallentamento della crescita cinese, basata su un livello spropositato di investimenti (50% del PIL), sta già producendo un effetto di trascinamento, con nuove recessioni (nei paesi emergenti e non): le bolle finanziarie gonfiate in questi anni per gestire la crisi, rischiano nuovamente di esplodere.

In questo quadro, crescono le contraddizioni tra i diversi poli imperialisti.

Gli USA, sospinti dalla FED, provano a riproporre una propria (debole) egemonia: rivalutano il dollaro, delineano Grandi Accordi Commerciali che escludono la Cina (TTP e del TTIP), rilanciano la NATO come strumento di controllo nel mondo.

La Cina esporta capitali (15 volte quelli del 2000), traccia assi di espansione (vie della seta), delinea i primi strumenti per un’area di influenza (ruolo internazionale dello yuan e Banca Asiatica d’investimento), flette i suoi primi timidi tentacoli militari (Mar Cinese Meridionale; portaerei e sommergibili nucleari tattici; base a Gibuti).

L’Unione Europea è in perenne transizione, un processo di integrazione sempre incompiuto: polarizzata dagli squilibri di una ristrutturazione produttiva continentale; sottoposta alle spinte centrifughe della crisi, che rilanciano interessi ed identità nazionali; fratturata dalle diverse linee di sviluppo dei suoi principali paesi imperialisti.

Nel contempo, alcuni paesi a medio sviluppo (Russia, Turchia, Iran, Arabia Saudita, ecc), terremotati dal cambio di fase della crisi mondiale, giocano una propria politica di potenza, difensiva o offensiva, per consolidarsi lungo le linee di frattura internazionali.

La guerra è allora la prospettiva del nostro quotidiano. Anzi, diverse guerre.

Quelle dei poli imperialisti, per consolidare o sviluppare le proprie aree di influenza. Quelle tra potenze, per ritagliarsi un proprio posto al sole, minacciato dalla crisi. Quelle nazionaliste o religiose, per salvare il proprio sviluppo capitalista disciplinando l’intera società dietro esercito (o milizia) e bandiera (o croce, o mezzaluna,..). Quelle democratiche e popolari, contro oppressioni dittatoriali e forze reazionarie. Quelle infine, sociali, per garantirsi una sopravvivenza nelle barbarie di uno sviluppo accelerato (con enormi migrazioni di massa verso le metropoli), precipitato in una Grande Crisi di lunga durata.

In questa moltiplicazione dei conflitti e degli attori, si confonde spesso la radice di classe degli scontri in corso: i fronti della lotta si intrecciano e si sovrappongono, con alleanze improbabili, complicità clandestine ed improvvisi cambi di campo.

Per queste ragioni il PCL aderisce e partecipa, con l'autonomia delle proprie posizioni e delle proprie proposte, alla giornata di iniziative unitarie contro la guerra del 16 gennaio 2016, a partire dalle manifestazioni previste a Roma e Milano. Questo appuntamento rappresenta infatti il primo tentativo di costruire una risposta politica pubblica alla nuova fase che si è aperta lo scorso autunno, con gli attentati di Parigi ed il nuovo protagonismo imperialista in Medioriente (compresa l’entrata in scena dell’attore Russo). Una prima risposta tanto più urgente, dal momento che in queste settimane la NATO e l’Italia stanno preparando nuovi interventi armati (della diga di Mosul alla Libia).

Siamo in piazza per l’urgenza delle cose e per il silenzio della sinistre. In questa dinamica complessiva, infatti, non siamo semplicemente di fronte all’ennesimo intervento militare. Siamo di fronte al precipitare combinato di tensioni fra poli imperialisti, nel pieno di una Grande Crisi mondiale, con guerre sociali, politiche, religiose e di potenza che fra loro si intrecciano e si imbastardiscono.

Per questo, come PCL, riteniamo importante sottolineare le radici di classe di queste guerre.

In primo luogo, contro il nostro imperialismo: quello italiano. Il nostro coinvolgimento è diretto: non è subordinato ad altre politiche o influenze; è soprattutto al servizio dei nostri interessi imperialisti, dell'ENI e del grande capitale italiano, oltre che alle glorie tricolori del governo Renzi. Per questo la mobilitazione contro la guerra non può essere una mobilitazione generica, pacifista; interclassista, astratta dai concreti interessi che sorreggono questi interventi militari: per battersi contro questa guerra, bisogna costruire l’opposizione sociale e di classe contro governo e padronato.

In secondo luogo, l'opposizione alla guerra ha per noi senso solo nella prospettiva dell’alternativa socialista, unica vera alternativa alla barbarie dell'imperialismo e del fondamentalismo reazionario. Per questo appoggiamo nei conflitti le forze classiste e rivoluzionarie, contro la partecipazione ad ampi fronti popolari o Comitati di Liberazione Nazionale interclassisti; per l’autodeterminazione dei popoli, ma contro alleanze nazionaliste con forze borghesi (in Siria come nell’Unione Europea).

Questa sono le nostre ragioni e proposte. Ma pensiamo sia soprattutto necessario sviluppare un fronte ampio di mobilitazione, contro la guerra e contro tutti gli imperialismi o le politiche di potenza, al fianco delle masse oppresse e sfruttate della nazione araba, del Medio Oriente, di tutti i paesi coinvolti nei conflitti.

La mobilitazione di oggi allora non deve concludersi qui, deve trovare forme e modalità per proseguire e soprattutto per allargarsi, costruendo un fronte unitario della sinistra politica e sociale. Per questo riteniamo utile la costruzione di comitati unitari attorno alla discriminante dell'opposizione alla guerra, nella diversità di analisi e posizioni, impegnati nell'organizzazione dell'iniziativa comune. 


PER UN NUOVO INTERNAZIONALISMO PER UN’ALTERNATIVA SOCIALISTA


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

martedì 12 gennaio 2016

Dalla parte dei lavoratori Ilva, ora e sempre



La lotta dei lavoratori Ilva di Genova-Cornigliano va avanti ad oltranza, grazie ad una minoranza combattiva di trecento lavoratori che - dopo una giornata di sciopero e presidio davanti al Comune - in serata ha deciso di occupare l'aula della giunta comunale ad oltranza. Con l'obiettivo di ottenere dal governo la convocazione ufficiale per un nuovo incontro incentrato sui problemi dell'Ilva di Genova.

È un fatto che misura la rabbia e la sfiducia diffuse oramai tra i lavoratori di Genova verso le istituzioni locali e nazionali, dopo che per anni hanno assistito al mancato rispetto dell'Accordo di Programma del 2005, firmato a Roma da sindacati, azienda e ben sette ministeri, sul futuro delle aree di Cornigliano. Un accordo che prevedeva garanzie salariali (il 70% dello stipendio) in cambio di contratti di solidarietà, che negli anni sono stati sostituiti dai progetti di lavoro “socialmente utili”, in alcune municipalizzate comunali.

Ad oggi, per effetto del Jobs Act di Renzi e co., i lavoratori si sono visti ridurre il salario di un altro 10%: e su questo fatto, da giorni, si sta giocando una partita tutta politica tra PD e centrodestra, uno scaricabarile sulle spalle dei lavoratori.

Da una parte c'è la Regione, governata dal centrodestra, che dice che i soldi per integrare il reddito dei lavoratori li aveva trovati per almeno due anni, grazie a due emendamenti già concordati con il governo. Dall'altra ci sono il PD genovese e il governo, che dicono che questi emendamenti non sono mai esistiti, e che per il momento i lavoratori si dovranno accontentare di una quota integrativa al reddito solo fino a settembre 2016. In pratica, una proposta che sa di mancetta, utile solo a tenere buoni i lavoratori per il tempo necessario per procedere - entro giugno 2016 - alla vendita dell'intero gruppo a privati. Poi si vedrà.

Ed è questo il punto centrale della questione. La vendita dell'Ilva ai privati sarà - di fatto -una svendita al massimo ribasso: senza obblighi per gli acquirenti né sul piano del mantenimento degli attuali posti di lavoro né sul piano degli interventi economici necessari per bonificare le aree inquinate di Genova e Taranto, né per modernizzare gli impianti. Con, sullo sfondo, il pretesto delle normative europee contro “interventi di Stato” e il rifiuto della Svizzera di sbloccare i quasi 2 miliardi di euro dei Riva nascosti su conti bancari elvetici.

Come Partito Comunista dei Lavoratori di Genova siamo totalmente dalla parte dei lavoratori dell'Ilva, e solidali con le loro forme di lotta, anche le più radicali, come l'attuale occupazione del Comune. E da questo versante, ci rivolgiamo ai lavoratori stessi per invitarli a fare propria la rivendicazione della nazionalizzazione -sotto controllo dei lavoratori e senza indennizzo per i padroni - dell'intero gruppo Ilva, come unica soluzione possibile per la salvaguardia dei posti di lavoro e la tutela incondizionata per l'ambiente e i quartieri cittadini prossimi alle aree Ilva, a Taranto e Genova.

Infine, li invitiamo a costruire un fronte unico nella lotta, sia tra i lavoratori stessi del gruppo, di Taranto e di Genova, sia con i lavoratori delle tante aziende locali, in questo momento sotto attacco, da quelli dell'industria e del commercio, fino a quelli delle municipalizzate e dei settori scuola e sanità.


Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione di Genova

lunedì 4 gennaio 2016

DA DOVE RIPARTIRE?




La politica borghese tende ad annullare totalmente qualsiasi espressione politica dell'antagonismo di classe 
l governo Renzi prosegue la propria marcia reazionaria. Non siamo solo di fronte alla continuità e all'aggravamento della linea di attacco alle conquiste sociali e ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, come abbiamo visto su articolo 18, scuola pubblica, sanità pubblica. Siamo di fronte a un nuovo corso politico di ispirazione bonapartista che punta alla massima concentrazione dei poteri attorno alla figura del premier. Un corso politico che passa per lo scavalcamento di ogni rapporto coi cosiddetti “corpi intermedi” nel nome della relazione populista tra Capo e masse. Che ignora e attacca i sindacati, in quanto tali. Che minaccia una ulteriore restrizione del diritto di sciopero, a partire dal settore pubblico e dai trasporti. Che promuove un disegno di riforma istituzionale segnato dal rafforzamento abnorme del potere esecutivo e da una legge elettorale persino peggiore della legge Acerbo del 1923. Un disegno acclamato non a caso da Confindustria, Associazione delle banche, Unione Europea, quale garanzia di stabilizzazione definitiva delle politiche di rapina sociale e di aggressione al lavoro.

La borghesia capitalista, negli anni 70, ha dovuto fare delle concessioni alla classe operaia, ma ha contemporaneamente strutturato e messo in atto una strategia che gli avrebbe permesso, nel tempo, non solo di recuperare il terreno perso in quegli anni, ma addirittura di andare oltre fin quasi a giungere ad una totale liquidazione dell’antagonismo classista storico. Attua la parte più devastante e brutale del suo disegno: distruggere quella coscienza collettiva in cui ogni singolo lavoratore salariato si riconosceva come appartenente ad una classe dominata. La strategia borghese è convincere la classe dominata che annullando il conflitto di classe si pone la base per un futuro migliore di giustizia sociale,
un'unica ideologia di potere in cui coesistono due anime
La lotta di classe non è finita, è stata abilmente “nascosta”
La lotta di classe è sempre in atto e il luogo dove il conflitto si svolge non è più la “fabbrica” ma si rende concreta nel sociale dove la vera struttura della società borghese è di preservare la proprietà privata e profitto attraverso l’esercizio del dominio dell’uomo sull’uomo. 
Porsi il problema da dove ripartire per rilanciare il conflitto sociale è doveroso scopo e ragion d’essere di ogni avanguardia politica. Se la fabbrica diventa terreno poco accessibile per ovvi motivi (precarietà- ricatto), il territorio, dove vive il proletariato, diventa essenziale terreno unitario ed unificante delle varie lotte, polo di aggregazione dei soggetti che compongono il nuovo proletariato, terreno dove ogni lotta è strumento di costruzione della coscienza rivoluzionaria. Non si disdegna il raggiungimento di obiettivi materiali, ma essi devono essere MEZZO e non FINE ULTIMO , altrimenti restano mero e puro “ribellismo” subalterno e non alternativo al dominio di classe o, peggio ancora, riformismo sindacalista privo delle potenzialità che caratterizzano una vera lotta di classe.
Che fare, dunque? La politica del governo Renzi è quella della repressione e degli sgomberi, della cancellazione di ogni possibile luogo fisico e mentale di ogni antagonismo di classe.
Come Partito, come comunisti, siamo convinti che solo un’ azione fondata su una progettualità rivoluzionaria, con una chiara impronta di classe e assolutamente estranea a qualsiasi velleità riformista porterà alla ricostituzione di un nuovo protagonismo di lotta del proletariato.
Occorre ricostruire l'opposizione di classe e la sua rappresentanza, sull'unico terreno possibile: quello della lotta contro il capitalismo. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti e di tutti i loro ciarlatani. Quelli di governo e quelli di opposizione.
Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato ogni giorno in questa impresa.

Partito Comunista dei Lavoratori
Pavia sez.”Tiziano Bagarolo”