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venerdì 14 agosto 2020

LA SOLLEVAZIONE POPOLARE IN LIBANO

14 Agosto 2020 La sollevazione popolare in Libano dopo la drammatica esplosione al porto di Beirut ha costretto alle dimissioni il governo Diab. La stessa sorte toccata a suo tempo al governo Hariri, anch'esso disarcionato dalla prima ribellione di massa iniziata il 17 ottobre 2019. Chi nutre una visione geopolitica e spesso complottistica della storia, secondo cui tutto ciò che avviene è deciso dietro le quinte da un pugno di burattinai (siano essi gli imperialismi, le multinazionali, Soros e Bill Gates...) che manovrerebbero le masse a proprio piacimento, avrà qualche difficoltà a interpretare la dinamica libanese. Perché l'intero corso politico dell'ultimo anno nel paese dei cedri ha come primo protagonista la rivolta di massa contro un intero sistema di potere, e di poteri: quello che gli imperialismi e le potenze regionali avevano architettato per i libanesi. EREDITÀ COLONIALE E SPARTIZIONE CONFESSIONALE La divisione confessionale dello stato libanese è in ultima analisi un'eredità coloniale. Dopo la disgregazione dell'impero ottomano seguito alla prima guerra mondiale, l'imperialismo francese e l'imperialismo inglese si spartirono le sue spoglie disegnando la geografia del Medio Oriente. Fu il trattato di Sykes Picot, 1916, rivelato e denunciato agli occhi del mondo dalla rivoluzione bolscevica. La Francia ottenne il mandato per Libano e Siria, creature artificiali del nuovo ordine stabilito con riga e compasso. La divisione confessionale del Libano fu la forma politica funzionale al suo controllo. La conquista dell'indipendenza nel 1943/'45 preservò questa eredità, dandole nuove forme. Il lungo periodo dei trent'anni gloriosi del secondo dopoguerra consentì al Libano risorse economiche sufficienti per sostenere il proprio equilibrio interno fondato sull'alleanza tra borghesia sunnita e cristiana. Ricchezza finanziaria ed estraneità alle guerre regionali sembrarono assegnare al Libano un insperato privilegio. Erano gli anni in cui il paese veniva chiamato, non a caso, la Svizzera del Medio Oriente. Ma alla metà degli anni '70 questo equilibrio crollò. La Svizzera del Medio Oriente si trasformò in breve tempo nel paese di una spietata guerra civile confessionale, tra il fronte cristiano maronita e il fronte arabo musulmano, sostenuto dai palestinesi e dalla minoranza drusa (Jumblatt). Una guerra estenuante, che dal 1975 al 1990 trasformò il Libano in un cumulo di rovine, a partire da Beirut. L'equilibrio tra le confessioni religiose fu ristabilito solo dopo quindici anni col concorso decisivo delle potenze imperialiste, in primis USA, Francia, Italia, che dal 1982 – dopo l'aggressione sionista all'OLP e alla sua presenza libanese – investirono in Libano una propria presenza militare quale garante dello status quo. Il sistema da allora vigente ha recuperato la vecchia spartizione delle funzioni istituzionali definita nel 1943 tra le minoranze etniche e religiose: la guida del governo ai sunniti, la presidenza della repubblica e la guida dell'esercito ai cristiano-maroniti, la presidenza del Parlamento agli sciiti. Il sistema di voto (proporzionale dal 2018) è blindato e distorto da questa spartizione corporativa, che ha retto nel tempo a prove difficili, come le guerre del Golfo, la nuova guerra libano-israeliana del 2006 e il contrasto tra USA e Iran. Persino la prima onda delle rivoluzioni arabe e la lunga guerra siriana sembrarono risparmiare gli equilibri libanesi, dove dal 2009 la nuova alleanza di governo tra una parte della comunità cristiano-maronita guidata dal generale Aoun e il “Partito di Dio” filoiraniano Hezbollah sancì una sorta di pacificazione nazionale. Con l'Arabia Saudita, nemica dell'Iran, nel ruolo di protettrice della borghesia sunnita (famiglia Hariri). UN CAPITALISMO LIBANESE SUPERPARASSITARIO La pace interna poggiava in realtà su basi fragili. Prima la crisi capitalistica internazionale, poi la seconda ondata delle rivoluzioni arabe hanno destrutturato il regime nelle sue fondamenta. Il capitalismo libanese ha assunto nel lungo periodo una natura particolarmente parassitaria. Beirut ha operato per decenni come deposito di grandi investimenti immobiliari e finanziari. La ricostruzione degli anni '90 dopo la guerra civile è stato un volano di tali investimenti, provenienti dai paesi imperialisti e dalle monarchie del Golfo. Una ristretta oligarchia finanziaria – cristiana, sunnita, sciita – si è smisuratamente arricchita in un rapporto osmotico col grande capitale internazionale. Oggi il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale. Lo Stato confessionale opera come intermediario e agenzia del capitale finanziario: prende a prestito dalle sessanta banche private del paese a tassi di interessi altissimi, indebitandosi a dismisura, mentre l'estrema debolezza della produzione industriale costringe il Libano a importare ogni bene di prima necessità, dagli alimenti ai medicinali, con un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti (3,7 miliardi di esportazioni e 20 miliardi di importazioni) e un ulteriore incremento del debito pubblico. L'evasione fiscale delle grandi ricchezze e il peso della corruzione endemica hanno fatto il resto. Intanto molte banche hanno chiuso i battenti, ma solo dopo aver portato all'estero 6 miliardi di dollari, i risparmi dei cittadini libanesi. Il default dello Stato nel marzo 2020, il crollo della lira libanese, lo sviluppo di una inflazione annua del 60% sui beni primari, sono lo sbocco di questa spirale rovinosa. “ANDATEVENE TUTTI, E TUTTI VUOL DIRE TUTTI”. CARATTERI E DINAMICA DI UNA RIVOLUZIONE L'ascesa di massa dell'ottobre 2019 è inseparabile da tale contesto. L'innesco della rivolta, come spesso accade, è stato casuale: l'aumento della tassa sulle comunicazioni Whatsapp. Ma le sue radici erano e sono profonde. Da un lato, la mobilitazione ha raccolto la nuova spinta della seconda fase delle rivoluzione arabe e medio-orientali (Algeria, Iraq, Sudan), a partire dalle loro rivendicazioni democratiche. Dall'altro, si è rivolta contro l'insieme della classe dirigente libanese in tutte le sue espressioni politiche e istituzionali, quale responsabile del crollo del paese. Il tratto caratterizzante della ribellione di massa in Libano (come del resto in Iraq) è il suo carattere aconfessionale. È la rottura dei vecchi recinti etnici, religiosi, settari che per un lungo periodo storico hanno diviso e frantumato il proletariato libanese e le classi subalterne a vantaggio della borghesia, dell'imperialismo, delle diverse potenze regionali. La parola d'ordine “non siamo né sunniti né cristiani né sciiti, siamo libanesi” è divenuta una parola d'ordine di massa, in una dinamica di movimento che ha investito il Nord sunnita e cristiano e il Sud sciita, e che per questo si è posta in rotta di collisione con i diversi partiti confessionali della borghesia. È una parola d'ordine democratica che rivendica l'eguaglianza e la laicità dello Stato contro la sua spartizione. Non è un caso che sia la giovane generazione la protagonista della ribellione. Una giovane generazione che non ha vissuto la guerra civile degli anni '70 e '80, che non è stata irregimentata dalle diverse confessioni, ma che ha vissuto sulla propria pelle la comune condizione di miseria, di disoccupazione, di privazione di futuro. Per la stessa ragione è molto significativa la partecipazione delle donne alla rivoluzione. Il patto tra i clan confessionali, il profilo reazionario delle loro leadership, ha comportato la sistematica negazione dei diritti democratici delle donne libanesi, su ogni terreno. L'unità di governo tra reazionari maroniti e reazionari sciiti si è consumata in primo luogo contro di loro. La sollevazione anticonfessionale ha dunque trovato le donne in prima fila, a partire dalle giovanissime, con lo sviluppo di un imponente movimento femminista nazionale organizzato, a Nord e a Sud. La pandemia ha frenato e interrotto questa mobilitazione multiforme negli ultimi mesi. L'immane tragedia dell'esplosione di Beirut, fotografia perfetta del fallimento di un regime, l'ha oggi rilanciata e radicalizzata. L'assalto ai palazzi del potere di sabato 8 agosto, l'occupazione e devastazione della sede associativa delle banche, hanno espresso la radicale volontà di rottura della gioventù libanese con la propria classe dominante. Il tentativo di quest'ultima di dirottare la crisi politica verso nuove elezioni è al momento fallito, perché privo di credibilità. Nuove elezioni con le vecchie regole sarebbero non solo un salvacondotto per i partiti dominanti ma la riproduzione del loro sistema spartitorio. “Andatevene tutti, e tutti vuol dire tutti!” è la replica di massa a questa profferta. LA DEBOLEZZA DEL MOVIMENTO OPERAIO LIBANESE L'esplosione di massa dell'ultimo anno ha scavalcato il movimento operaio organizzato. Il movimento operaio libanese è stato fortemente indebolito nella sua lunga storia dalla divisione confessionale del paese. I partiti confessionali hanno lavorato sistematicamente per la sua frantumazione. In particolare la Confederazione Generale dei Lavoratori Libanesi (CGTL) è stata terreno di spartizione tra i partiti dominanti. Ogni partito settario ha costruito il proprio sindacato di categoria per pesare maggiormente nella Confederazione, col risultato di dividere le forze e paralizzarne l'azione. La Commissione di Coordinamento dei Sindacati (UCC), quale sindacato alternativo, ha svolto invece un ruolo importante nel ciclo di lotte operaie dal 2011 al 2014 attorno a rivendicazioni economiche elementari (aumenti salariali, diritti di contrattazione, rifiuto dell'austerità). Un ciclo di lotte che ha visto la crescita dei livelli di sindacalizzazione nei diversi settori: tra i portuali (baricentro storico del proletariato libanese), fra gli insegnanti (per lo più dipendenti di scuole private religiose), nel personale sanitario (in particolare fra le infermiere). Ma contro questo processo di sindacalizzazione ha lavorato l'intero fronte dei partiti dominanti, con l'obiettivo di spezzarne la dinamica e disinnescare il contagio. Nel 2015 il blocco dei partiti confessionali ha recuperato il proprio controllo sull'UCC impedendo l'elezione ai suoi vertici di una candidatura "di sinistra", Hanna Gharil. L'indebolimento di UCC ha favorito l'arretramento della classe lavoratrice e del suo livello di organizzazione proprio alla vigilia dell'esplosione rivoluzionaria e della crisi verticale del regime. La politica del Partito Comunista Libanese, di estrazione stalinista, legato strettamente al Partito Comunista Siriano filo-assadista, è stata subalterna, al di là dei proclami, a questa dinamica generale. La partecipazione del Partito Comunista Libanese a partire dal 2008 ad un blocco politico con Hezbollah e con forze borghesi confessionali, la cosiddetta “Alleanza dell'8 marzo”, lo ha di fatto subordinato al bipolarismo dominante, privandolo di un possibile ruolo alternativo. La debolezza del movimento operaio rappresenta a sua volta un punto debole della rivoluzione libanese. LE MANOVRE DELLA REAZIONE E DELL'IMPERIALISMO, FRANCIA IN TESTA La coscienza politica della ribellione è più arretrata della sua azione, come accade frequentemente nelle dinamiche di massa. Il movimento si articola in una miriade di comitati di scopo e di associazioni ( “movimento contro il caro prezzi”, “comitato contro il pagamento del debito pubblico”, “osservatorio popolare per la lotta alla corruzione”, “comitato sui rifiuti urbani”, ecc.), ma manca di ogni centralizzazione e direzione politica unificante, mentre la disperazione sociale e letteralmente la fame allargano il proprio raggio ogni giorno di più, in un paese in cui tra quindici giorni rischia di mancare la farina e il pane, mentre la pandemia moltiplica contagi e morti. E a fronte di un sistema sanitario costosissimo, largamente privato, e in buona parte crollato, come denuncia Medici Senza Frontiere. È in questo spazio che si sviluppano le manovre politiche per indebolire e dividere la mobilitazione. Settori di destra cristiana reazionaria legati al partito falangista dei Gemayel, ad esempio il gruppo di ex ufficiali che chiedono l'aumento delle proprie pensioni, cercano di inserirsi nella rivolta per indirizzarla unilateralmente contro Hezbollah e Amal, in una logica di richiamo della foresta della vecchia pulsione settaria. Specularmente, il Partito di Dio fa leva sulla campagna di Gemayel per recuperare consenso presso la gioventù sciita che gli è sfuggita di mano, e richiamarla all'unità confessionale. Ma è soprattutto l'imperialismo che bussa alla porta di un Libano collassato. La Francia di Macron si offre nelle vesti di salvatrice del Libano, e addirittura della sua rivoluzione: 250 milioni di euro come primo obolo «direttamente destinato al popolo, non ai suoi governanti», recita il Presidente francese, chiedendo in cambio riforme economiche risolutrici. Quali? Ad esempio un drastico taglio delle spese sociali per rendere solvibile il Libano presso il capitale finanziario, anche francese. E chi dovrebbe realizzare queste riforme? Un nuovo governo selezionato dai creditori, sotto il loro controllo. Il plauso di alcuni settori popolari all'offerta francese riflette ad un tempo ingenuità e disperazione. Non mancano peraltro le contraddizioni d'interesse tra gli imperialismi. La Francia, per ingraziarsi il senso comune popolare, chiede una inchiesta internazionale sull'esplosione al porto di Beirut, perché “non è possibile aver fiducia in una commissione d'inchiesta gestita dai governanti libanesi”. Ma gli USA si oppongono, perché temono che la commissione offra alla Francia un palcoscenico troppo ampio. Quanto all'Italia, il ministro degli esteri Luigi Di Maio non vuole essere emarginato dall'iniziativa francese e si affretta a dichiarare che il Libano è per l'Italia «una seconda casa» (!), e che per questo dirige la missione militare UNIFIL nel Sud Libano, una missione che proprio il 31 agosto dovrà rinnovare il proprio mandato. Di certo la seconda ricostruzione del Libano è un boccone ghiotto per gli imperialismi. E non solo in termini economici, ma anche come postazione strategica nel rimescolamento degli equilibri generali in Medio Oriente. PROGRAMMA DI EMERGENZA E PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA Ma non sarà l'imperialismo a salvare il Libano. Il colonialismo francese è la radice storica del dramma, non può essere la sua soluzione. In ogni caso non può esserlo per la classe lavoratrice, i disoccupati, la popolazione povera del paese. Al contrario, non può esservi alcuna soluzione progressiva della crisi politica, economica, sociale, istituzionale, sanitaria senza una rottura drastica con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione del gigantesco debito pubblico. I cosiddetti aiuti dell'imperialismo servono solo a garantire laute commesse per la ricostruzione e a pagare gli strozzini del capitale finanziario. Senza recidere la dipendenza economica dall'imperialismo, innanzitutto europeo, e dalle potenze regionali – Arabia Saudita e Iran in primis – non è possibile alcun controllo sulla ricostruzione e alcuna prospettiva di emancipazione sociale. Cancellare il debito pubblico con l'imperialismo, nazionalizzare senza indennizzo per i grandi azionisti l'intero sistema bancario, sono la prima voce di un programma di emergenza, assieme all'esproprio dei capitalisti libanesi e alla cacciata di tutti i loro partiti. Questo programma è inseparabile dall'unificazione di un fronte di massa che raccolga tutte le domande di liberazione: le domande di emancipazione della classe lavoratrice, dell'industria, del commercio, dell'amministrazione pubblica, a partire da una scala mobile dei salari contro il carovita, un controllo popolare sui prezzi, un piano di investimenti pubblici nella sanità (che va interamente nazionalizzata), nei trasporti, nel risanamento ecologico, che offra lavoro all'enorme massa dei giovani disoccupati, mettendola al servizio della ricostruzione. Ma anche le domande e i diritti dei rifugiati siriani, spesso usati come manovalanza ricattabile e al tempo stesso bersaglio di campagne xenofobe; e del mezzo milione di palestinesi, costretti da decenni a vivere nei campi, senza servizi e senza tetto, in una condizione ignobile di degrado. Questo programma di lotta salda le ragioni dell'emergenza libanese con la prospettiva della rivoluzione araba e medio orientale, che va ben al di là dei confini del Libano. Una prospettiva che cancelli alla radice ogni eredità coloniale, a partire dallo Stato sionista, affermi il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e del popolo curdo, unifichi il Medio Oriente in una grande federazione di popoli liberi. Ciò che può avvenire solo su basi socialiste. Questo programma ha bisogno di un partito rivoluzionario internazionale capace di conquistare sul campo la propria credibilità di direzione alternativa, in Libano, in Algeria, in Iraq, ovunque la rivoluzione rialzi la testa. CON LA RIVOLUZIONE, PER UNA SUA DIREZIONE ANTICAPITALISTA Leggeremo lo sviluppo della crisi libanese col metodo dei marxisti, che vedono i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, nella diversità delle loro forme, dinamiche, contraddizioni; e che al tempo stesso non si affidano alla spontaneità dei movimenti, ma pongono la questione decisiva dello sviluppo della loro coscienza e direzione. È il metodo con cui abbiamo riconosciuto e sostenuto le rivoluzioni arabe, contro ogni sostegno ai regimi oppressivi cui si ribellavano (come ha fatto tanta parte del campismo di estrazione stalinista); ma senza mai subordinarci alle loro direzioni liberali, piccolo-borghesi e filoimperialiste, che le hanno portate alla disfatta in Tunisia, in Egitto, in Siria, come hanno fatto i più diversi ambienti movimentisti. Autonomia dei comunisti in funzione della lotta per l'egemonia anticapitalista nei movimenti di massa: è la politica di Lenin e di Trotsky, dell'Internazionale comunista dei tempi migliori. È la politica che lo scenario mondiale rende ogni giorno più attuale, quale unica possibile alternativa, in Libano e ovunque. Partito Comunista dei Lavoratori

sabato 25 luglio 2020

LA PORTA SUL CUORE DI TENEBRA DELLO STATO BORGHESE

piacenza Nell'ottobre 2018 scrivevamo, a proposito del caso di Stefano Cucchi e dell'eroica battaglia di Ilaria per la verità sul suo assassinio da parte dell'Arma dei Carabinieri: “Il cuore profondo dello Stato getta la maschera e viene allo scoperto”. Un cuore di tenebra. È quello che emerge dall'inchiesta della Guardia di Finanza sulle vicende terribili della caserma dei Carabinieri di Piacenza. Ancora una volta siamo solidali con le parole coraggiose di Ilaria: «un fatto enorme e gravissimo che ricorda la vicenda di mio fratello. Basta parlare di singole mele marce, i casi stanno diventando troppi. Il problema è nel sistema». Certo, un sistema. Non mele marce, come invece la retorica massmediatica si affretta subito ad affermare. Sì, ma di quale sistema stiamo parlando? Non certo quello di un episodio ordinario di corruzione. La portata dell'indagine del procuratore, un lavoro che si prospetta enorme per svelare le catena delle complicità e le connivenze delle strutture di comando dell'Arma, ne è la più evidente smentita. Un lavoro che deve svelare come sia stato possibile che per anni i comandi dell'Arma abbiano coperto una situazione in cui un'intera caserma dei carabinieri si è organizzata con una struttura del tutto simile alla criminalità organizzata, perpetuando arresti illeciti, torture, estorsioni e spaccio. Non è un caso che un'indagine di questa portata sia stata sottratta alle autorità inquirenti dell'Arma stessa. Il fatto è enorme, ma non ci deve stupire. In realtà l'episodio, solo una punta dell'iceberg, rivela per l'ennesima volta, dopo la macelleria messicana e le torture della caserma Bolzaneto nelle giornate di Genova del luglio 2001, gli altri casi di morti “accidentali” come quelle di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Serena Mollicone, per citare solo le più note, come funzionano realmente i corpi armati separati dello Stato borghese. Ad ogni latitudine è evidente, come dimostrano gli omicidi a sfondo razziale della polizia statunitense: inflessibili nella protezione della proprietà privata e della sua sacralità (feroci bastonature dei picchetti operai), concessivi e garantisti con i reati dei cosiddetti colletti bianchi, repressivi nei confronti delle mobilitazioni popolari, razzisti nei confronti delle minoranze, impuniti e quindi dediti ad ogni corruzione e nefandezza, protetti dal proprio spirito di corpo che li pone in difesa dell'ordine borghese al di sopra delle stesse leggi borghesi, essi sono i più credibili testimoni della costituzione materiale dello Stato borghese profondo, insensibile per sua natura a qualsiasi costituzione formale. Ribadiamo: proprio la natura organica dei corpi repressivi, il loro codice interno, la legge reale che governa le loro relazioni, li rende strumenti idonei alla difesa dell'ordine borghese della società. Per questo nessun programma anticapitalista può rimuovere dal proprio orizzonte la questione dello Stato e della rivoluzione. Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 24 luglio 2020

RECOVERY FUND. LA SVOLTA EUROPEA E IL PORTAFOGLIO DEI SALARIATI

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati 23 Luglio 2020 recov Il fatto nuovo c'è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all'emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce. Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale). La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all'impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie. La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch'essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l'Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente. Il significato politico dell'accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l'economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell'automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo. Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l'asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi. Un salto verso l'Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite. Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti, dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi. I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l'accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato. Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l'accordo. Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all'Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l'accordo solo grazie all'ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l'avallo dell'accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente. Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile. Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt'altro. UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO L'intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L'Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione. Dunque l'Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l'impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea. Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l'1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento. Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L'Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri paesi. Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera. Dunque, il primo dato certo dell'indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori. E non è che il primo aspetto. A CHI ANDRANNO I SOLDI? Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l'apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario. Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l'esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale. La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali. In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell'IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti. Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest'ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra. LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI? A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”. Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico. Il debito pubblico di ogni paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l'Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia. Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l'economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l'impennata dei tassi di interesse. Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto. Non a caso l'avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent'anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall'Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio. Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni. NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI Qual è dunque l'indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L'Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente. C'è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l'autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari. La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale. È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni paese. L'abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all'ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell'istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti. La crisi la paghi chi l'ha provocata, non chi l'ha subita. Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 13 maggio 2020

LO SCAMBIO TRA IL MES E LA CANCELLAZIONE DELL'IRAP

I soldi del MES servono ai capitalisti italiani, altro che “subordinazione alla Germania”




Confindustria non tiene pudore.
Dopo essere stata determinante nella precipitazione dell'epidemia e delle morti in Lombardia, dopo aver dettato i tempi della ripresa produttiva in tutta Italia senza reali condizioni di sicurezza per i lavoratori e le lavoratrici spesso persino sui terreni più elementari (mascherine, tamponi, test, riorganizzazione dei trasporti), ora i vertici di Confindustria non solo chiedono lo scudo penale sui casi di Covid-19 in azienda, ma rivendicano con rullo di tamburi la cancellazione dell'IRAP, cioè di quella tassa sulle attività produttive che in Italia finanza la sanità pubblica o ciò che ne resta.

«È ciò che serve in questo momento. La proposta più immediata, senza interventi a pioggia. È semplice ed automatica e si toglierebbe pure un adempimento. Abolirla è giusto eticamente, perché così si sostengono le imprese che finora hanno pagato le tasse» dichiara testualmente Emanuele Orsini, vicepresidente di Confindustria (Il Sole 24 Ore, 12 maggio).
Ora, lasciamo perdere in questa sede chi paga le tasse e chi no, quando salariati e pensionati reggono l'80% del carico fiscale e la tassa sui profitti (IRES) è stata portata dal 34,5% a poco più del 20% nel giro di poco più di dieci anni. Invece vogliamo soffermarci sull'eticità della soppressione della principale fonte di sostegno del Servizio Sanitario Nazionale nel momento della più grande epidemia del dopoguerra. Dopo più di 30000 morti e centinaia di decessi tra medici e infermieri. Dopo la verifica devastante di decenni di tagli alla sanità richiesti prima di tutto da Confindustria.

Guardiamo le cifre. La soppressione dell'IRAP significa, secondo gli stessi calcoli confindustriali, la cancellazione di 9 miliardi annui di introito fiscale destinati alla sanità. Non proprio bruscolini. Nove miliardi travasati sui profitti, nel momento in cui ne occorrerebbero bel dodici in più solo per adeguare le postazioni di terapia intensiva.

Domanda: cosa vuole ancora tagliare Confindustria nel servizio sanitario nazionale?
Confindustria schiva la domanda imbarazzante con una replica preventiva: «Ha un senso ricorrere a tutte le risorse europee, a partire da quelle destinate alle spese sanitarie, in modo da liberare spazi nel bilancio italiano e recuperare risorse da destinare a politiche industriali. Eliminare l’IRAP, comunque, non vuol dire, sottrarre risorse alla sanità, si possono prevedere diverse fonti di finanziamento che sostengano le Regioni.»

E quali sarebbero, di grazia, le “diverse fonti di finanziamento” cui attingere? Non certo una patrimoniale sulle grandi fortune, che per i padroni è bestemmia. Non certo l'IRES, di cui hanno chiesto il continuo ribasso. Restano le “risorse europee”.
Ecco. La partita sul MES acquista ora un significato più chiaro. Perché i padroni chiedono in coro di ricorrere ai 36 miliardi del MES? Non per sottomettere la nazione alla Germania, o alla dittatura di Bruxelles, come blaterano gli ambienti nazionalisti reazionari e i sovranisti “di sinistra” a rimorchio, ma per l'interesse del proprio portafoglio tricolore. I miliardi del MES servono a finanziare di fatto la cancellazione dell'IRAP a vantaggio dei capitalisti italiani. Altro che investimenti sulla sanità.
Peraltro l'accordo sul MES parla non solo di spese sanitarie dirette ma anche indirette, guarda caso su precisa richiesta italiana. Significa che coi soldi del MES, oltre al taglio dell'IRAP verranno finanziati i costi delle riorganizzazioni aziendali connesse alla pandemia, dai dispositivi individuali alle sanificazioni. Il tutto naturalmente a debito, e dunque scaricando i costi, prima o poi, sulle tasse. Quelle pagate sempre più dai lavoratori e sempre meno dai capitalisti. E qui il cerchio si chiude.

Il nemico è in casa nostra, come dicevano i comunisti un secolo fa contro i propri sovranismi. È una linea di confine tanto più invalicabile oggi.

Partito Comunista dei Lavoratori

LO SFRUTTAMENTO DEGLI OPERAI AGRICOLI E L'OSCENA IPOCRISIA DELLA MORALE BORGHESE

La polemica sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati

12 Maggio 2020
bellanova



Il capitalismo è un modo di produzione fallito. Esso produce un ordine sociale in putrefazione. “La cancrena del capitalismo porta con sé quello della società moderna, diritto e morale compresi”. Sono le parole di Trotsky nel 1939 riportate nel suo scritto La loro morale e la nostra. A guardare quello che succede sul capo delle operaie e degli operai agricoli, sembrano scritte oggi.

Tra le altre conseguenze dell'emergenza da coronavirus c'è la crisi del settore agricolo di produzione primaria. La stagione è bella e ci si aspetterebbe un buon raccolto. A causa delle restrizioni necessarie per il contrasto dell'epidemia, però, sono venuti a mancare 300.000 braccianti agricoli in gran parte provenienti da paesi come la Romania e la Bulgaria. Il padronato agricolo lancia l'allarme, i propri investimenti sono a rischio e occorre che il governo provveda a integrare le braccia mancanti.
Il problema è che però la maggioranza dei braccianti immigrati sono tenuti nella clandestinità a causa di un mostruoso apparato giuridico che li costringe all'illegalità.
In condizioni normali questi “clandestini” vivono nell'ombra, come si dice, lontano dagli occhi e dal cuore. Ora l'emergenza sanitaria lancia la sua luce sinistra e costringe tutte le forze politiche, i soggetti sociali e l'opinione pubblica a gettare uno sguardo su questa categoria di lavoratrici e lavoratori essenziali che ogni giorno assicurano l'approvvigionamento alimentare a decine di milioni di italiani.

A questi lavoratori essenziali – eroi, stando ai parametri etici al tempo del coronavirus – viene normalmente riconosciuta l'ingente somma di 3 o 4 euro lordi per ora di lavoro! Un salario da fame che li costringe a vivere in squallide baraccopoli, senza riscaldamento, non dotate di apparato fognario, con servizi igenici fatiscenti e scarso accesso all'acqua potabile.

A questo punto lo scandalo assale l'ipocrita democratico piccolo-borghese, che subitaneamente individua la causa del male: il caporalato!
Certo, come se non bastasse, questi operai sono tormentati anche dai caporali, approfittatori di una forma illegale di intermediazione di mano d'opera dei cui proventi si interessa spesso anche la criminalità organizzata. Ma i caporali costituiscono solo l'ultimo anello di una catena criminale di sfruttamento. Tutta la filiera alimentare è segnata dallo sfruttamento dei braccianti. Su di esso si costituisce il margine di profitto dell'imprenditore agricolo, dal piccolo al grande, i cui prezzi di vendita del proprio prodotto sono in larga misura imposti dai grossisti, i quali a loro volta sono legati a doppia mandata alle capacità di smercio della Grande Distribuzione Organizzata in grado di imporgli le proprie condizioni.
Pochi grandi gruppi della GDO, tra i quali Coop, Conad, Esselunga, Eurospin, controllano il 75% del mercato al consumo. Hanno ricavi altissimi che si sono ulteriormente incentivati (oltre il 10%) a causa dell'emergenza sanitaria. La posizione dominante consente loro di comprimere al ribasso i prezzi, a tutto danno della filiera che porta i prodotti agricoli sugli scaffali. È uno dei meccanismi infernali del capitalismo, quello di abbassare i costi dei fabbisogni necessari al lavoratore per riprodurre semplicemente la propria forza lavoro, e perciò abbassare il salario medio a prezzi da discount. Mente al contempo si può aumentare il loro sfruttamento fino alle estreme conseguenze della condizioni inumane in cui vivono centinaia di migliaia di operaie e di operai del settore agricolo.

Quello descritto è il retroscena davanti al quale si esibisce la squallida rappresentazione teatrale delle forze politiche di governo e opposizione.
Un ministro di uno dei partiti più filopadronali, Italia Viva, la ministra dell'agricoltura Bellanova, si ingegna a tappare il buco di una tale mancanza di forza lavoro. La sua premura è evidentemente soccorrere gli interessi del capitalismo agrario, anche se non manca di rivestirla di una patina mielosa di sensibilità, a suo dire, verso le condizioni difficili in cui vivono i braccianti. Purtroppo per lei, il fatto stesso che proponga una regolarizzazione solo temporanea rende amaro quel miele e svela i suoi reali interessi.

Tuttavia basta questo a scatenare la canea nel governo, e tra questo e le forze di opposizione.
La destra, dall'opposizione, con il suo carico di propaganda xenofoba e razzista si scatena contro la sanatoria per “i clandestini” con l'intento di accontentare il piccolo e medio proprietario agricolo, in trattativa diretta con i caporali che gli offrono manodopera a prezzi stracciati. Nel governo, il M5S, il partito sedicente "degli onesti" e della moralizzazione della politica, in cerca di un recupero elettorale nel meridione (dove sono le aree agricole in cui avvengono i più gravi fenomeni di sfruttamento), rigurgita la pulsione anti-immigrazione di una grande parte della sua base militante e blocca perfino le modestissime proposte della ministra Bellanova. La risibile scusa è che ciò consentirebbe l'impunità dei caporali.

Insomma un teatro osceno sulla pelle di lavoratrici e lavoratori che provvedono giornalmente all'approvvigionamento alimentare di milioni di concittadini al prezzo di forme inumane di sfruttamento.
Potremmo dire che il capitalismo fa abbastanza schifo da sé, senza bisogno di queste scene vomitevoli. Ma l'imputridimento morale della borghesia apre un baratro senza fondo nella coscienza collettiva tra la loro morale e quella proletaria, la loro morale e la nostra, appunto.
Una volta di più, allo sfacelo politico e morale dell'ordine borghese l'unica soluzione è la lotta unita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori, indigeni e migranti, sulla base di una vertenza unitaria di tutto il mondo del lavoro che includa tra le altre, le rivendicazioni:

- abolizione del reato di clandestinità;
- abolizione di tutte le leggi discriminanti contro i migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini ai più recenti decreti sicurezza;
- liberalizzazione dei flussi migratori;
- istituzione in agricoltura del collocamento pubblico obbligatorio sotto il controllo delle associazioni dei lavoratori bracciantili;
- contratto collettivo nazionale per le operaie e gli operai agricoli;
- nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle aziende grossiste dei prodotti agro-zootecnici;
- nazionalizzazione della GDO del settore agro-zootecnico sotto controllo operaio e senza indennizzo per i grandi azionisti

Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste rivendicazioni in tutte le occasioni di azione unitaria delle forze politiche e sindacali classiste, così come in tutte le mobilitazioni della classe lavoratrice contro le politiche del padronato, del governo, di istituzioni e forze politiche sue complici, e contro il capitalismo e la sua ennesima crisi.


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 27 aprile 2020

NUOVO PROTOCOLLO, VECCHIA TRUFF

La nuova intesa tra governo, padroni, burocrazie sindacali

26 Aprile 2020
Non potendo portare la realtà al livello dell'esigenza umana, il protocollo adatta l'esigenza alla realtà. Quella del capitalismo, un'organizzazione della società che in Italia spende 30 miliardi annui in spese militari ma non può dare all'operaio nemmeno una mascherina
protoc.nuovo


Il 24 aprile governo, padroni e burocrazie sindacali hanno stipulato un nuovo protocollo d'accordo per “la ripartenza”. Le direzioni sindacali lo hanno presentato come sviluppo del precedente protocollo d'intesa del 14 marzo. In realtà ne rappresenta in larga parte la ricopiatura. L'unica vera novità è il riferimento a non meglio precisati comitati territoriali che dovrebbero vigilare sul rispetto delle norme sanitarie nelle proprie zone. Per il resto nulla di nuovo. Una lunga serie di «possono...» quando si parla dei padroni, di «devono...» quando si parla dei lavoratori. I lavoratori «devono» (giustamente) restare a casa in caso di febbre superiore a 37,5 gradi e informare subito l'azienda se manifestano sintomi di influenza. L'azienda «potrà» disporre di misure protettive. La responsabilità della sicurezza è un obbligo per l'operaio, una facoltà per il suo padrone.

In realtà l'intera logica del protocollo è la “sicurezza” degli operai secondo le disponibilità dei padroni. Una modica quantità di salute compatibile con la legge del profitto, e con le sue miserie. Che questa sia il vero significato dell'intesa lo dimostra l'esempio banale delle mascherine, il dispositivo di protezione individuale elementare. Il protocollo riesce a dire tutto e il suo contrario sull'argomento. Dice che saranno le intese aziendali ad indicare i dispositivi di protezione individuale da adottare «sulla base del complesso dei rischi valutati». Dunque non esiste una prescrizione generale. Poi afferma che le mascherine dovranno essere garantite solo qualora il lavoro imponga di lavorare a distanza minore di un metro. Ma anche che l'adozione «è evidentemente legata alla disponibilità in commercio» delle stesse. Ma se «evidentemente» in commercio non se ne trovano?
Di più. Si dice che qualora un lavoratore accusi sintomi da Covid-19 dovrà essere posto in isolamento e «dotato, ove già non lo fosse, di una mascherina chirurgica». “Ove già non lo fosse”: dunque l'accordo riconosce, incidentalmente, che l'adozione della mascherina non è dovuta. Insomma, la defatigante trattativa notturna per stipulare l'intesa, di cui ci parlano le cronache, è stata spesa per trovare l'equilibrio fra tutto e il suo opposto. Tra il sì, il no, il forse. Un equilibrio effettivamente non facile, ma nulla a che fare con la sicurezza dei lavoratori.

L'esempio banale delle mascherine demolisce alla radice l'intero castello di carta del protocollo. Se non c'è garanzia neppure del dispositivo di protezione più elementare, se anzi neppure il protocollo la richiede, di cosa stiamo parlando?
La verità è che il protocollo non richiede la mascherina perché nella realtà se ne trovano poche. Secondo il Politecnico di Torino occorrerebbero 35 milioni di mascherine al giorno per coprire la ripartenza. Secondo Il Sole 24 Ore addirittura 40. Ma le 87 aziende rapidamente convertitesi alla loro produzione (perché attratte da incentivi fiscali) ne sfornano al massimo 3 milioni (tre!) su scala giornaliera, mentre il commercio mondiale alza ovunque barriere nazionali protezioniste a difesa dei propri articoli sanitari. Dunque, per dirla con la parole del protocollo, non c'è una adeguata disponibilità di commercio delle mascherine. Per non parlare dei loro prezzi e delle immonde speculazioni in materia.
Non potendo portare la realtà al livello dell'esigenza umana, il protocollo adatta l'esigenza alla realtà. Quella del capitalismo. Quella di un'organizzazione della società che in Italia spende quasi 30 miliardi annui in commesse militari ma non riesce ad assicurare all'operaio neppure venti centimetri di stoffa per la sua protezione dal contagio.

Per non vedere questa enormità occorre essere ciechi. Per non provare scandalo di fronte ad essa occorre essere cinici. Da inguaribili rivoluzionari non siamo né l'uno né l'altro.

Partito Comunista dei Lavoratori