mercoledì 5 febbraio 2020

FOIBE E REVISIONISMO STORICO

La destra è riuscita a coinvolgere anche una buona parte della sinistra

Il revisionismo storico ha avuto una funzione importantissima in questi ultimi vent'anni nel determinare il cambiamento di orientamento dell'opinione pubblica rispetto ai valori della Resistenza italiana.




Con il revisionismo storico si è cercato di trasformare vittime del fascismo e del nazismo in carnefici.
Per fare questo si è scelto soprattutto la zona del confine orientale d'Italia, che è stata storicamente una zona molto difficile per i rapporti fra italiani, sloveni e croati, in quanto il fascismo in queste terre è stato una dittatura molto più violenta rispetto a quello che è stato nel resto d'Italia.
Un fascismo specificamente razzista, antislavo, che ha portato alla italianizzazione forzata centinaia di migliaia di persone e una repressione etnica.

È stato usato il fatto che non si fosse parlato della storia del confine orientale in Italia, in questo dopoguerra, per introdurre, così, nel dibattito politico una questione come quella delle foibe, facendo credere alla gente che prima non fosse accaduto assolutamente nulla. Si è cioè isolata questa vicenda del resto della storia del confine orientale, dimenticando ciò che è stata la seconda guerra mondiale nel territorio del Friuli Venezia.
Coloro, infatti, che combattevano con la Repubblica Sociale in quei territori erano a diretto servizio dei nazisti, dei battaglioni Mussolini, della milizia difesa territoriale, della Decima Mas e di altre formazioni come la guardia civica, e giuravano direttamente fedeltà ad Hitler nel nostro territorio.

Tutte queste cose sono state nascoste, sono state naturalmente dimenticate.
In questo modo si sono presentati i fascisti, che hanno combattuto durante la seconda guerra mondiale al fianco dei nazisti e hanno sterminato e massacrato intere popolazioni, come coloro che avevano salvato il confine orientale d'Italia dall'invadenza slava, dimenticando che, se avesse vinto il nazismo, quei territori non sarebbero mai più stati in Italia.

Quindi, con questo “gioco”, in sostanza, si è fatto passare ciò che è successo nel dopoguerra in tutta Italia contro i fascisti come un preciso progetto del movimento di liberazione jugoslavo non contro i fascisti ma contro gli italiani in quanto tali.
In questo tipo di visione, la destra è riuscita a coinvolgere, purtroppo, anche una buona parte della sinistra. La funzione della propaganda revisionista è stata proprio quella di legittimare l'entrata dei fascisti nella scena politica e poi anche al governo. Attraverso il revisionismo storico si è sempre più equiparato coloro che avevano combattuto con la Repubblica Sociale ai partigiani, passando attraverso il discorso che tutti i morti sono uguali che poi tutti, comunque, hanno combattuto per un ideale indipendentemente da quale fosse, questo ideale.
Chi ha iniziato questo discorso è stato a suo tempo l'onorevole Violante, che a Trieste nel 1998, in un incontro organizzato dall'università con Gianfranco Fini, ha cominciato a parlare dei "ragazzi di Salò". Da allora in poi è stato un continuo distanziarsi sempre più rispetto alla all'impostazione della precedente lettura della Resistenza.

Dal carteggio intorno alla foiba di Basovizza - quella che viene considerata il simbolo, il monumento nazionale - che si trova oggi nei negli archivi di Washington, risulta chiaramente che non è mai stato infoibato nessuno, e che il tutto è assolutamente frutto di propaganda.
La grande attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della Resistenza jugoslava, che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso, si criminalizza tutta la Resistenza, e si apre il varco per criminalizzare anche quella italiana, come sta dimostrando Pansa con i suoi libri.

Dobbiamo renderci conto che la Repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con le responsabilità del fascismo.
Dietro al discorso delle foibe c'è proprio l'interesse di continuare a nascondere queste responsabilità.


Partito Comunista dei Lavoratori - sez. di Pavia “Tiziano Bagarolo”

lunedì 27 gennaio 2020

PER CHI SUONA IL CITOFONO



I risultati del voto regionale in Emilia-Romagna e Calabria hanno un profilo contraddittorio.

In Calabria lo sfondamento del blocco reazionario di centrodestra ha le proporzioni attese, capitalizzando l'autentico crollo del M5S, sullo sfondo dell'assenza sul piano elettorale di qualsiasi sinistra a sinistra del PD.

Diverso il caso dell'Emilia-Romagna, dove si è concentrato uno scontro politico di immediata valenza nazionale. Qui la Lega ha cercato lo sfondamento puntando a un effetto domino su scala generale. L'obiettivo era quello di conquistare il governo della regione per accelerare elezioni anticipate e rivincita politica nazionale.
Il piano è fallito.

Diversi sono i fattori che hanno sospinto la vittoria di Bonaccini.
Lo scarto tra Bonaccini e Bergonzoni in fatto di immagine e “credibilità istituzionale”, come mostra il successo della lista personale Bonaccini (5,76%) a fronte del fallimento della lista Bergonzoni (1,73%).
La capitalizzazione di un voto disgiunto proveniente da elettori del M5S, di Forza Italia, delle tre liste di sinistra, unito per ragioni diverse dalla repulsione per Salvini: chi da un versante sociale e democratico, chi da un versante borghese liberale.
La rimotivazione al voto di un settore significativo di elettorato di sinistra e democratico che in precedenza si era astenuto e che in questo caso ha fatto la fila ai seggi. Qui ha svolto un ruolo il movimento delle sardine, che non ha ricollocato l'elettorato popolare che votava a destra ma certo ha trascinato al voto una parte di elettorato di sinistra passivizzato e deluso.

La sconfitta di Salvini sta qui. Le dimensioni della sconfitta politica sono superiori a quella della sconfitta elettorale. Elettoralmente il blocco reazionario del centrodestra tiene la propria base di massa, particolarmente concentrata nelle campagne, nella provincia profonda, nelle periferie. Ma politicamente non poteva esserci sconfitta più netta.
Salvini ha puntato sulla massima politicizzazione dello scontro e insieme sulla sua estremizzazione reazionaria. Bibbiano e il citofono ne sono stati l'emblema. L'obiettivo era impugnare la bandiera del cambiamento contro quella della conservazione – con tutto il peggiore armamentario bigotto e xenofobo – per polarizzare a destra in chiave anti-PD il crollo annunciato del M5S. La politicizzazione dello scontro è riuscita, ma ha prodotto prevalentemente (e paradossalmente) una dinamica opposta: prima il movimento delle sardine, nato non a caso in Emilia proprio in opposizione a Salvini; poi la crescita della partecipazione al voto, maggiore soprattutto nelle città, per sbarrare la strada a Salvini. Ha vinto dunque l'eterogenesi dei fini. Salvini ha suonato il citofono sbagliato. All'interno del centrodestra, l'arretramento della Lega a vantaggio di Fratelli d'Italia, che supera l'8%, è un ulteriore smacco per il suo segretario.

Il PD liberal-borghese capitalizza elettoralmente la sconfitta del Capitano, come dimostra la crescita della sua lista (34,69%) rispetto allo stesso risultato delle elezioni europee, nonostante il successo della lista personale di Bonaccini. Da un lato il PD ha spartito con la lista Bonaccini il voto di settori piccolo e medio-borghesi moderati, desiderosi di tranquillità, dunque appagati dalla “buona amministrazione” del Presidente uscente; dall'altro ha capitalizzato la spinta prevalente di un elettorato di sinistra legato alla tradizione democratica e antifascista, e spaventato dall'ex ministro degli interni in permanente divisa di polizia. Il 3,77% riportato dalla lista Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista, interna alla coalizione di Bonaccini, ha anch'esso raccolto questa pulsione, cui le sardine non sono certo estranee.
Dunque il referendum su Salvini voluto da Salvini ha punito chi lo ha invocato. Mentre un governatore borghese come Bonaccini, eletto contro Salvini ma garante del padronato, potrà continuare a gestire la normale amministrazione degli interessi capitalistici in regione, non ultimo il progetto di autonomia differenziata ai danni di istruzione, sanità, servizi, contro i lavoratori, le lavoratrici e la popolazione povera. Ciò che in assenza di un'opposizione di classe, e col tacito consenso della CGIL, continuerà a consegnare al blocco sociale reazionario un ampio settore di salariati.

A sinistra del PD, il richiamo del voto utile ha fortemente penalizzato le liste presenti. Il risultato d'insieme delle tre liste (complessivamente l'1,3%, un 1% tra i candidati presidente) è obiettivamente marginale, e nessuna di esse emerge come polo attrattivo rispetto alle altre. Il PC di Rizzo (0,48%) dimezza i voti rispetto alle elezioni europee anche nei collegi in cui era presente. Potere al Popolo (0,37%) disperde larga parte dell'elettorato conquistato nelle elezioni politiche del 2018. Ma è soprattutto la lista L'Altra Emilia-Romagna a conoscere il risultato peggiore: l'unica lista delle tre ad essere presente in tutta la Regione – e che per questo aveva rivendicato il voto utile per sé a scapito delle altre – è quella che ha raccolto meno voti in assoluto e in percentuale. Rifondazione Comunista, che ne è stata il perno, paga una volta di più il mimetismo della propria politica.

Il PCL non ha potuto essere presente per via di una legge elettorale antidemocratica. Abbiamo dunque dato indicazione di voto a sinistra del PD, senza illusioni. Ma al tempo stesso diciamo forte e chiaro che non c'è possibilità di risalire la china a sinistra, sullo stesso terreno elettorale, senza la ripresa di una opposizione di classe e di massa. Chi pensa che la soluzione a sinistra sia questo o quell'altro cartello elettorale continua a pestare l'acqua nel mortaio. Le elezioni riflettono in modo distorto ciò che si muove, o non si muove, sul terreno sociale. Se si smarrisce il confine di classe nell'immaginario sociale quotidiano, perché quel confine dovrebbe apparire nel giorno del voto? Se la lotta di classe rifluisce, se con essa arretra la coscienza politica di massa e spesso della sua stessa avanguardia, nessuna alchimia elettoralista invertirà la condizione della sinistra politica. Semmai produrrà nuovi danni.

Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, fuori da ogni logica elettorale, è nato il 7 dicembre per unificare le lotte di resistenza e rilanciare l'opposizione sociale. Le campagne unitarie che sono partite in tutta Italia hanno esattamente questo scopo. Il PCL, che ha contribuito in modo determinante al coordinamento dell'unità d'azione, continuerà a lavorare per il suo allargamento, nazionale e locale, politico e sindacale, contro ogni settarismo e preclusione. E al tempo stesso porta e porterà in esso il proprio programma di rivoluzione per lo sviluppo della coscienza anticapitalista, contro ogni illusione riformista.

Senza unire l'azione di avanguardia non si può lavorare alla ripresa di massa né incidere sullo scenario politico. Senza un programma di rivoluzione non si può dare all'avanguardia una prospettiva vera di alternativa al capitale.

Per questo saremo come PCL i più unitari e i più radicali. Per questo costruiamo il Partito Comunista dei Lavoratori.


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 20 gennaio 2020

21 GENNAIO 1921 - NASCE IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA!


Sono trascorsi 99 anni da quel 21 gennaio 1921, nel quale a Livorno i comunisti e gli elementi di avanguardia della classe operaia italiana fondarono il Partito Comunista d'Italia, Sezione dell'Internazionale comunista.
La fondazione del Partito avvenne nel corso della situazione rivoluzionaria creata in Europa dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione proletaria in Russia, che in Italia dettero origine, nel biennio 1919-20,  a una serie di dure lotte operaie e popolari culminate nell'occupazione delle fabbriche: una situazione che trova ancor oggi il suo miglior commento in alcune pagine scritte, cinque anni dopo, da Antonio Gramsci sul quotidiano del partito, «l’Unità».
«L'occupazione delle fabbriche non è stata dimenticata dalle masse. […] Essa è stata la prova generale della classe rivoluzionaria. […] Se il movimento è fallito, la responsabilità non può essere addossata alla classe operaia come tale, ma al Partito socialista, che venne meno ai suoi doveri, che era incapace e inetto, che era alla coda della classe operaia e non alla sua testa. […] Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all'altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. […] Non furono occupate le ferrovie e la flotta. […] Non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati, che invece capitolarono vergognosamente, pretestando l'immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe. Perciò avvenne la rottura di Livorno e si creò un nuovo partito, il Partito comunista» («l'Unità», 1° ottobre 1926).
«Il proletariato era troppo forte nel 1919-20 per assoggettarsi più oltre passivamente all'oppressione capitalistica. Ma le sue forze organizzate erano incerte, titubanti, deboli interiormente, perché il Partito socialista non era che un amalgama di almeno tre partiti» («l'Unità», 26 settembre 1926).
Non è un discorso di ieri. E' un discorso che riguarda direttamente la classe operaia italiana di oggi, una parte della quale continua a identificarsi politicamente e organizzativamente in partiti con un confuso amalgama di posizioni ideologiche e politiche che nulla hanno a che vedere col marxismo rivoluzionario e col leninismo, che seminano oggi le peggiori illusioni: nessuna prospettiva di rottura rivoluzionaria con il sistema istituzionale dello Stato borghese e con la sua falsa democrazia parlamentare.
Il Gramsci di ieri è più attuale che mai: «Che cosa ci sta a fare il massimalismo, questo terzo incomodo? O  con la socialdemocrazia o col comunismo. […] Finché la borghesia esiste è naturale e inevitabile che essa, attraverso i propri agenti più svariati, introduca di continuo nella classe operaia la propria ideologia a contaminare e a deviare l'ideologia proletaria. La scissione risoluta e netta da tale ideologia è inevitabile e assolutamente necessaria. Prima dividersi, ossia dividere l'ideologia rivoluzionaria dalle ideologie borghesi (socialdemocrazia di ogni gradazione); poi unirsi, ossia unificare la classe operaia intorno all'ideologia rivoluzionaria» («L'Unità», 9 gennaio 1926).
I partiti comunisti, negli anni ’20 del secolo scorso, nacquero in aperta rottura col revisionismo di quel periodo storico.
Nel 1921, al momento della nascita del Partito Comunista d’Italia, l’omogeneità ideologica dei suoi dirigenti e militanti non era ancora completa. Ma, sotto la guida della Terza Internazionale e attraverso quello che fu allora chiamato il processo di «bolscevizzazione», l’assimilazione del leninismo fu sostanzialmente raggiunta fra il 1924 e il 1927, e il Partito, con le tesi del suo Terzo Congresso, poté darsi alfine una piattaforma conseguentemente internazionalista e rivoluzionaria.
Oggi in Italia gli autentici comunisti, attraverso il confronto, il dibattito aperto, la critica e l’autocritica, debbono lottare per raggiungere la loro unità ideologica e politica sulla base del marxismo-leninismo e dell'internazionalismo proletario, assieme al legame sempre più stretto con gli elementi più coscienti ed avanzati della classe operaia e con le loro lotte.

giovedì 16 gennaio 2020

UNIAMO LE LOTTE ATTORNO AD UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA E RIVOLUZIONARIO!

Un governo padronale di cartapesta si regge sul sostegno di Maurizio Landini, a tutto vantaggio di Matteo Salvini (e Meloni). L'intero scenario politico si riassume in questa verità

Editoriale del nuovo numero di Unità di Classe

Il governo che si annunciava di svolta è in realtà il governo della continuità. Continuità non solo di un Presidente del Consiglio buono per ogni stagione, ma soprattutto delle politiche dominanti. Tutte le peggiori misure antioperaie dell'ultimo decennio, dal Jobs Acts alla legge Fornero, restano intatte, ed anzi si preannuncia il de profundis di "quota 100". Restano intatti nella loro sostanza i famigerati decreti sicurezza, usati come clava contro gli immigrati, ma anche contro i picchetti e i blocchi stradali di chi difende il posto di lavoro. Si salvaguarda l'accordo infame col governo libico, che finanzia i carcerieri di carne umana ammassata in luoghi di tortura e di stupri. Si rivendica la continuità di tutte le missioni militari ed anzi si amplia l'acquisto a suon di miliardi dei famosi F-35, mentre si assicura alla NATO l'aumento richiesto del bilancio della Difesa. Si rilancia ed anzi si accelera un progetto di “autonomia differenziata”, a vantaggio delle imprese del Nord e a carico della popolazione povera del Sud e di tutti i lavoratori del Sud e del Nord.

IL CAPITALE INGRASSA, I LAVORATORI PAGANO

Quanto alle politiche di bilancio, hanno onorato fedelmente i patti europei. Quattordici miliardi versati nel Fondo europeo di stabilità, una cassa di mutuo soccorso del capitale finanziario di tutta Europa a carico dei lavoratori di tutta Europa. Ventitré miliardi per disinnescare le clausole Iva nel 2020, ed altri quarantasette miliardi per disinnescare quelle del 2021 e 2022, in omaggio alle richieste dei creditori. Altri sette miliardi versati in forme diverse nel portafoglio delle imprese, le stesse che nel solo 2019 hanno fatto in borsa 21 miliardi di capitalizzazione e dividendi, cui si aggiungono un altro miliardo di soldi pubblici a beneficio dei grandi azionisti della Banca Popolare di Bari, ed altri miliardi annunciati a vantaggio di quegli acquirenti privati di ex Ilva e Alitalia, che già pongono come condizione d'acquisto nuove migliaia di esuberi e licenziamenti.
Chi paga il conto di tanta manna? I lavoratori e le lavoratrici: penalizzazione dei contratti pubblici, nulla su scuola e università, nulla in fatto di investimenti pubblici in opere sociali e risanamento ambientale (alla faccia della retorica sul clima!), mentre si fanno altri quattordici miliardi di deficit sul mercato finanziario da ripagare in futuro con tagli annunciati. Il tutto mascherato come in passato da piccole mance caritatevoli: una riduzione irrisoria del cuneo fiscale senza che i padroni versino un euro, il pannicello caldo del superamento del superticket in una sanità pubblica che resta allo sfascio, i bonus per gli asili nido in un paese che non conosce asili in quasi tutto il Mezzogiorno. L'unica differenza è che le mance sono più esigue di quelle non meno ingannevoli del passato.

MAURIZIO LANDINI, LA GUARDIA DEL CORPO DI CONTE

Il punto è che tutta questa politica non si regge sulla forza politica del governo. Il governo è anzi sotto ogni profilo un governo dai piedi di argilla che vive alla giornata, preso in ostaggio dalla disgregazione interna del M5S, dai rilanci destabilizzanti di Matteo Renzi, dalla crisi irrisolta del PD. La politica padronale si regge sulle spalle della sinistra. Di tutta la sinistra parlamentare, a partire da Sinistra Italiana di Fratoianni, che aveva giurato sei mesi fa “mai più col PD” e che oggi si ritrova al governo con Renzi. Ma soprattutto della burocrazia dirigente della CGIL, Maurizio Landini in testa, che offre al governo la propria ciambella di salvataggio attraverso l'ennesima proposta di “patto col governo e con le imprese”, un rilancio in grande stile della concertazione con l'avversario. Per di più nel momento in cui il governo perpetua tutte le misure di precarizzazione del lavoro, e i padroni rifiutano persino di discutere gli aumenti contrattuali rivendicati dai metalmeccanici. Il tutto accompagnato dalla rinuncia a qualsiasi mobilitazione vera, mascherata con la farsa innocua di qualche comizio ad uso telecamere.

Ecco, il governo del capitalismo italiano si regge su Maurizio Landini. Quello che dieci anni fa era l'eroe della sfida a Marchionne e che tutta la sinistra cosiddetta radicale (non noi) elevava a feticcio è diventato la guardia del corpo di Conte. E purtroppo la prostrazione umiliante della CGIL non ha solamente conseguenze sindacali, ma politiche, e di prima grandezza. Alimenta la ripresa di Salvini, e la scalata di Meloni, presso larghi settori di classe lavoratrice. E priva i movimenti democratici contro Salvini (le “sardine”) di un riferimento sociale di classe favorendo la loro subordinazione al PD.
Non c'è svolta possibile dello scenario italiano senza chiamare in causa la politica della burocrazia CGIL. Non è una questione sindacale, ma politica. Salvini non avrebbe la forza che ha tra i lavoratori senza il lasciapassare, a suo tempo, alla legge Fornero. Né oggi conoscerebbe la ripresa che ha senza la politica subalterna e passiva della principale organizzazione di massa del movimento operaio italiano.

PER UNA PIATTAFORMA DI LOTTA GENERALE, PER UN PROGRAMMA DI RIVOLUZIONE

Occorre dunque un cambio di rotta e direzione. Questo cambio va costruito in ogni singola lotta di resistenza, spesso oggi isolata e abbandonata a sé stessa. Ma va costruito anche e soprattutto dando battaglia ovunque per un'altra prospettiva generale. La grande lotta dei ferrovieri, degli insegnanti, degli infermieri, in Francia, nonostante anche lì una (diversa) resistenza delle burocrazie, indica le potenzialità di una alternativa. È falso che i lavoratori sono deboli, che le lotte siano destinate alla sconfitta. È vero invece che 17 milioni di salariati in Italia sono una forza enorme, che va semmai organizzata e impiegata, facendo emergere una piattaforma di lotta unificante, ponendo il tema di uno sciopero generale prolungato per sostenerla e di una grande assemblea nazionale di delegati eletti per approvarla. Il PCL si batterà in ogni luogo di lavoro, in ogni organizzazione sindacale di classe perché questa alternativa emerga, conquisti settori crescenti dell'avanguardia, sappia imporsi all'attenzione della grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici.
È necessario che il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, emerso dalla grande assemblea del 7 dicembre, investa in questo lavoro. Finalmente si è prodotto un fatto unitario a sinistra, contro la logica settaria della frammentazione dell'iniziativa di avanguardia, o peggio ancora di veti incrociati e preclusioni reciproche. Ma ora occorre che l'unità d'azione diventi per l'appunto azione. Le campagne unitarie per la riduzione dell'orario, per la nazionalizzazione delle aziende che licenziano ed inquinano, per la cancellazione dei decreti sicurezza, per il ritiro delle missioni militari, possono dare un contributo importante, se sono sviluppate in una direzione coerentemente anticapitalista e se sono investite in una battaglia vera, concentrata, di massa in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato di classe, in ogni movimento progressivo.
Come PCL ci batteremo per questo. Abbiamo contribuito in modo determinante alla nascita del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione, contro resistenze settarie o timidezze. Ci batteremo ora con ugual vigore perché il campo dell'unità d'azione si allarghi e perché cresca nell'avanguardia l'influenza politica di un programma di rivoluzione.
La costruzione e il rilancio del Partito Comunista dei Lavoratori sono per questo tanto più indispensabili.
La ritirata è finita. Inizia una stagione nuova.

Marco Ferrando

lunedì 13 gennaio 2020

LE FIAMME ASSASSINE DEL CAPITALISMO


Le fiamme altissime e terrificanti che stanno sconvolgendo il territorio australiano in queste settimane sono il simbolo tragico di questa fase storica del pianeta.
Catastrofi di questa grandezza hanno sempre portato enormi cambiamenti. L'orrore porta a sconvolgimenti nel profondo, distruggono tutta la nostra comprensione del mondo: il nostro ruolo, le nostre certezze, la sicurezza; e la coscienza comincia ad urlarci dentro verso una ribellione che diventa indispensabile.
Questi sono i sentimenti provati non solo dalla parte più debole della popolazione australiana, ma anche dalla classe media, in un durissimo risveglio dentro una realtà che fino a ieri aveva garantito il benessere fittizio del sistema capitalistico.

L'Australia, con le sue immense risorse naturali, è sempre stata una fonte di profitto falsamente inesauribile. Ma la tragedia di oggi ha dimostrato che l'unico responsabile è la barbarie del capitalismo, e il suo prezzo è pagato inevitabilmente dagli strati più deboli della popolazione.
Le immagini trasmesse in tutto il pianeta mostrano barriere di fuoco alte oltre 100 metri, "tornado di fuoco" così forti da carbonizzare in pochi secondi i mezzi di soccorso, incendi boschivi che generano tempeste con fulmini che innescano nuovi incendi in altre aree, gigantesche cappe di fumo e cenere che trasformano il giorno in surreali universi di colore arancio, migliaia di persone rifugiate sulle spiagge sotto una pioggia di cenere e braci mentre le case bruciano davanti ai loro occhi, intere città bruciate dalle ceneri di immensi e invincibili incendi, miliardi di animali morti e quattro di ettari di bosco ridotti in cenere nel solo Nuovo Galles del Sud. E l'estate è appena cominciata.

È indubbio che i cambiamenti climatici abbiano sconvolto gli standard di autoregolazione termica del pianeta, e che la causa sia lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali ed energetiche da parte delle potenze capitalistiche perpetrato in decenni di distruzioni sistematiche di interi habitat naturali.
L'Australia è in uno degli ambienti più sensibili e delicati. Da alcuni anni le estati sono sempre più calde e siccitose. L'estate 2019/2020 è la peggiore della sua storia.

Il governo ultrareazionario sovranista di Scott Morrison non solo ha lasciato che i tragici eventi avessero il sopravvento, ma addirittura è arrivato ad accusare i giovani che protestavano contro i cambiamenti climatici e che richiamavano l'attenzione verso la tragedia imminente come "traditori". Il progresso e il futuro della nazione secondo i politici di questo governo reazionario è nelle risorse fossili: carbone, gas di fracking, gas naturale. Le multinazionali minerarie ricevono 29 miliardi di dollari sussidi ogni anno.
Così le “private” immense riserve idriche racchiuse in centinaia di invasi sono rimaste a disposizione delle multinazionali minerarie invece di essere utilizzate per alleviare la siccità e salvare molti terreni aridi destinati all'agricoltura delle comunità rurali.
Il servizio rurale antincendio è totalmente su base volontaria, e riceve un'inezia in fatto di sussidi. I loro mezzi sono scarsi e arretrati. Il governo si rifiuta persino di acquistare e organizzare una forza aerea con velivoli specializzati come i Canadair.
Tra le vittime delle ultime settimane molte sono giovani volontari del servizio rurale antincendio scarsamente pagati e supportati, che si sono distinti in veri atti di eroismo nei salvataggi della popolazione.

Il peso politico delle multinazionali ha cancellato in questi anni anche la minima resistenza dei partiti riformisti, trascinati nel miraggio del profitto “infinito”.
Non solo. Gli stessi sindacati si trovano in uno stato catatonico e nel loro peggiore momento storico. La loro credibilità agli occhi dei lavoratori è pessima. Con una dirigenza sindacale che negli anni ha seguito la strada della collaborazione di classe piuttosto della lotta di classe, più impegnativa ma potenzialmente vincente, il suo percorso verso cocenti sconfitte è stato inevitabile.
Proprio nel settore carbonifero, dove esiste un ancora un tessuto di decine di migliaia di lavoratori combattivi, i loro diritti e il potere d'acquisto dei salari sono stati colpiti massicciamente dai governi populisti che si sono succeduti. Oggi, con il governo Morrison, la loro situazione lavorativa si è ulteriormente aggravata. I sindacati nazionali piuttosto che seguire la logica degli scioperi generali che avevano portato nel dopoguerra alla conquista di maggiori diritti per i lavoratori, si sono sono spesi in sterili lotte settoriali isolate e spesso anche represse. La lotta esemplare ma isolata dei minatori di Oaky North ne è un esempio. Attualmente le miniere carbonifere sono gestite in appalto con una fortissima riduzione media salariale dei lavoratori del settore.

Il governo Morrison ha trovato la vittoria elettorale sulle macerie delle forze riformiste incapaci di dare un progetto di cambiamento. Le promesse alla nazione di una nuova Eldorado basata sullo sfruttamento minerario del carbone e del gas naturale hanno fatto breccia nella classe media ma soprattutto tra la classe lavoratrice in gran parte formatasi dalle generazioni successive alle prime famiglie di immigrati arrivate in Australia dagli anni '50 agli anni '80 da tutte le parti del mondo, in particolare dall'area asiatica. Tutti in Australia oggi si ricordano dell'intervento di un esaltato Scott Morrison mentre esibiva nel 2017 una preziosissima “pepita” di carbone in parlamento, o del suo folle discorso di Capodanno dove pronunciava queste parole: “nonostante la siccità, gli incendi e le inondazioni, l’Australia resta un paese meraviglioso dove far crescere i bambini”. Oppure delle sue vacanze alle Hawaii mentre negava l'emergenza malgrado le decine di vittime.
Più negazionista di Trump dei cambiamenti climatici, supportato dalle major mondiali carbonifere e del gas naturale, e contrario alla sola idea della riduzione delle emissioni dei gas serra, deve però affrontare la rabbia della popolazione che sta crescendo incontrollata.

Nella tragedia cominciano a vedersi delle luci. Il duro risveglio ha portato la rabbia e una presa di coscienza mai vista prima. Si stanno organizzando proteste spontanee in tutti gli Stati. Venerdì 10 gennaio si sono svolte manifestazioni nelle principali città del continente. Decine di migliaia in particolare a Sydney, Melbourne, Canberra, Perth, Brisbane sono scesi in piazza contro il governo e le multinazionali carbonifere. Mobilitazioni organizzate dagli studenti di Uni Student for Climate Justice, ma che hanno aggregato lavoratori, volontari antincendio, cittadini colpiti in prima persona dalla tragedia, studenti universitari e perfino il popolo nativo aborigeno.
Uno slogan era ricorrente: "Deve iniziare da qualche parte. Deve iniziare qualche volta. Quale posto migliore di qui? Quale momento migliore di adesso?”.
Il nostro appoggio ai compagni marxisti rivoluzionari australiani che si stanno battendo in queste durissime giornate con ogni mezzo a loro disposizione per portare una prospettiva di alternativa e di socialismo è incondizionato. Solo un progetto rivoluzionario globale e la lotta di classe possono fermare gli orrori devastanti provocati dal capitalismo.

Ruggero Rognoni

Partito Comunista dei Lavoratori



venerdì 10 gennaio 2020

SABATO 11 GENNAIO MANIFESTAZIONE A TORINO PER NICOLETTA GIORGIO MATTIA LUCA

APPELLO PER LA MANIFESTAZIONE DI SABATO 11 GENNAIO




E’ dal 30 dicembre che Nicoletta si trova in carcere, dal 18 Giorgio e Mattia. Qualche mese prima era toccato a Luca che dovrà usufruire del regime di semilibertà con fortissime restrizioni.

Questa è solamente la fotografia ad oggi di una situazione che il Movimento No Tav continua a denunciare da anni: decine di processi, centinaia di indagati e condannati, anni di galera dati come se fossero noccioline, misure di prevenzione, fogli di via, sospensioni della patente per «mancanza dei requisiti morali» ecc… sono solo una parte delle azioni messe in campo dalla questura, dalla procura e dal tribunale di Torino per provare a sfiancare la lotta No Tav e le altre lotte sociali del territorio.

Da tempo sulla vicenda della Torino Lione la politica di qualsiasi colore ha perso, grazie alla nostra resistenza, e ha lasciato mano libera alla magistratura che lavora con metodo a colpirci individualmente per cercare di spaventare tutti e tutte.

E bene ricordare che nel caso di Nicoletta e di altri 11 notav, le condanne commutate sono pene altissime, senza benefici e nella maggior parte dei casi verso persone che reggevano uno striscione o parlavano ad un megafono.

Richieste esagerate fino ai 3 anni di reclusione, passate a 1 per Nicoletta e 2 per gli altri, come se fossimo ad un’asta.

Nicoletta con i suoi 73 anni, rappresenta bene il nostro movimento, che conta restrizioni della libertà di ogni genere per persone che vanno dai 16 agli oltre 80 anni di età, perché nessuno qui ha mai abbassato la testa, o si è mai arreso.


Al contrario, sappiamo di essere dalla parte della ragione e vogliamo portare alla fine questa vicenda che sempre più si configura come un vero e proprio ecocidio, un disastro per la nostra terra e un dolo per il denaro pubblico, sottratto alle vere priorità del Paese.

lunedì 6 gennaio 2020

VIA LE TRUPPE ITALIANE DA TUTTE LE MISSIONI MILITARI!



Via le truppe italiane da tutte le missioni di guerra, a partire dall'Iraq, dal Libano, dall'Afghanistan. Questa è la parola d'ordine imposta, tanto più oggi, dagli avvenimenti internazionali. È una parola d'ordine che deve risuonare ovunque.
L'Italia è seconda solo agli Stati Uniti in fatto di partecipazione alle missioni militari nel mondo. Per cosa? Per la “democrazia”, la “giustizia”, la “pace”? Mai come oggi questa retorica appare penosa. In Iraq le truppe italiane addestrano la polizia irachena, la stessa che ha fatto 400 morti nelle piazze tra coloro che chiedevano pane e democrazia. In Libia conduciamo la guerra sporca dei droni al fianco di al-Sarraj, dei tagliagole mercenari panislamisti, e ora della Turchia di Erdogan. In Libano l'Italia guida la missione militare varata da Prodi nel 2007 a garanzia dei confini dello Stato sionista e di un regime confessionale libanese corrotto ormai contestato e rigettato in massa. In Afghanistan l'Italia è partecipe di una missione di guerra che nel nome della democrazia ha ammazzato decine di migliaia di civili bombardando persino le cerimonie nuziali e ha finito col favorire la rivincita dei talebani, i quali ormai controllano i due terzi del territorio e trattano coi comandi americani.
Ben altre sono le ragioni vere delle missioni. Compiacere l'alleato USA certamente, all'interno di una NATO presentata per mezzo secolo come strumento di difesa dall'URSS, ma guarda caso in progressiva espansione proprio dopo il suo crollo. E tuttavia non solo questo. Si tratta anche dell'interesse imperialista del capitalismo italiano. In Libia “ci siamo” per spalleggiare ENI contro Total. In Iraq fu l'ENI a premere pubblicamente sul governo italiano per l'interessamento ai pozzi di Nassirya prima ancora del rovesciamento di Saddam Hussein, e proprio per motivare la partecipazione alla guerra. Ovunque la partecipazione alle missioni significa prenotazione di commesse per le aziende tricolori, in fatto di ricostruzione, infrastrutture, vendita di armi. Le missioni all'estero sono solo un'appendice dei comitati d'affari che governano in patria. Comanda il profitto, il resto segue.
E tutto questo ha avuto e ha un costo enorme. Non solo in fatto di vittime in divisa, ogni volta omaggiate con solenni cerimonie di retorica patriottica, in realtà sacrificate ai capitani d'industria. Parliamo del costo sociale delle missioni. Quasi 30 miliardi spesi ogni anno per la Difesa, un miliardo l'anno per le sole missioni: risorse sottratte alla sanità, alle pensioni, all'istruzione, al lavoro, e dunque pagate dai lavoratori e dalle lavoratrici. Per cosa? Per ingrassare gli affari in giro per il mondo dei capitalisti che ci sfruttano in casa nostra.
Allora, via le truppe italiane da tutti i teatri di guerra! Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, che il PCL ha contribuito a costruire, ha lanciato il 7 dicembre questa campagna nazionale, che ora diventa centrale. È necessaria la mobilitazione più larga attorno a questo obiettivo, e al tempo stesso portare al suo interno una voce anticapitalista e antimperialista forte e chiara. Innanzitutto contro l'imperialismo di casa nostra. Se non ora, quando?


Partito Comunista dei Lavoratori